Istituto Europa Asia IEA
EUROPASIA
Europe Asia Institute

 

Milano, Roma 29 luglio 2016

L’estate turistica 2016 nelle elaborazioni di Cescat-Centro studi ambiente e territorio
RIPRESA, PIU’ ITALIANI E STRANIERI IN VACANZA, RISCATTO DEL SUD
Da oggi venerdì 29 a domenica 30 su strade e autostrade 9-10 milioni di viaggiatori.
A Milano, aeroporti e stazioni ferroviarie con quasi un milione di passeggeri

E’ una conferma. Come già previsto da Cescat-Centro studi casa ambiente e territorio di Assoedilizia, elaborando dati propri e di altre fonti, per stilare previsioni attendibili (se non si verificano imprevedibili e catastrofici eventi capaci di incidere sull’andamento turistico), l’estate 2016, da giugno a settembre, è la migliore dal 2008, inizio della crisi. Con alcune notevoli ombre.

Cominciamo con le previsioni del prossimo weekend, il primo dei cinque che per consuetudine si definiscono di esodo e controesodo: sulle strade da oggi venerdì 29 a domenica 30 luglio si conteranno circa 9/10 milioni di viaggiatori (le cifre più alte della stagione si toccheranno nei giorni 5-7 agosto con 11/12 milioni). Aeroporti e stazioni ferroviarie milanesi registreranno circa 1 milione di passeggeri.

Le previsioni nazionali.

Quasi ovunque i segni positivi: più italiani in vacanza, mentre è continuata la crescita dell’afflusso dei turisti stranieri che comunque da sempre, anche negli anni di vacche magre del turismo interno, hanno limitato il bilancio negativo.

Tenendo sempre presente che parliamo dei mesi centrali dell’anno durante i quali l’Italia, che è al terzo posto in Europa dopo Francia e Spagna per movimento turistico complessivo, conquista il primato continentale.

Però per inquadrare adeguatamente la nostra affermazione nel contesto internazionale, bisogna dire che, mentre in Italia si prevede nel 2016 l’arrivo di quasi 55 milioni di turisti stranieri (oltre 190 milioni le presenze giorni-turista, attorno ai 385 milioni di presenze compresi gli italiani) provenienti principalmente da Germania, Usa, Francia, Regno Unito, Svizzera, nella classifica mondiale non andiamo al di là del 5° posto per arrivi – preceduti da Francia, Usa, Spagna e Cina, nel 1970 eravamo al primo posto – e del 7° posto per introiti valutari (prima di noi Usa, Cina, Spagna, Francia, Thailandia, Regno Unito, dati 2015 dell’Omt-Osservatorio mondiale del turismo).
Per citare: la Gran Bretagna, all’ottavo posto per arrivi, ci supera per introiti valutari: la spesa pro-capite in termini reali è passata dal 2001 al 2015 da 1035 euro a 670 euro; una diminuzione del 35%.

E gli impieghi diretti nel turismo che in Italia sono di 1.120.000 posti di lavoro (2.600.000 con l’indotto), nel Regno Unito sono 1.800.000 e addirittura oltre 3 milioni in Germania.

Sostanzialmente, pur nel positivo, poco o nulla è cambiato. Sempre considerando il periodo 2001 – 2015 gli arrivi in Italia sono cresciuti del 50%, ma nel mondo sono cresciuti del 75% (lo scorso anno i turisti sono stati 1 miliardo e 186 milioni con un giro d’affari di oltre 7.900 miliardi di dollari).

Comunque c’è una bella conferma già segnalata lo scorso anno: il settore si è rafforzato anche al Sud, dove si registra una presenza di quasi metà degli italiani assieme a una forte crescita del turismo internazionale.

Puglia, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Sicilia dovrebbero registrare quest’anno incrementi dal 9 al 20% rispondendo al sogno di Mediterraneo di italiani e stranieri che per motivi di sicurezza rinunciano a Tunisia, Egitto, Turchia.

Vedere metà degli italiani scegliere per le proprie ferie soprattutto il Sud quale punto nevralgico del riscatto di un’intera area, rafforza nel convincimento che l’Italia ha ancora tante doti turistiche da valorizzare. Il Mezzogiorno ha 18 “patrimoni dell’umanità” e cioè più di tutta l’Inghilterra ma nel 2014 ha incassato 3,238 miliardi di dollari contro i 45,5 del Regno Unito. E nel 2015, dice il dossier Ciset e Confturismo, ha accolto in totale il 12,2% dei turisti stranieri. Poco più della metà del solo Veneto (20,5%) che con Lombardia, 14,1% compreso il cosiddetto turismo d’affari), Toscana (13,2%), Lazio (13,1%) ha coperto il 60,9% del totale.

Le mete. Venezia si appresta a superare il record 2015 dei 27 milioni di arrivi. L’affollamento soprattutto nei week-end, così come avviene nelle Cinque Terre, a Pompei, Roma, Firenze eccetera induce a proporre un regolamento degli afflussi.

Analizzando le tipologie di soggiorno scelte, resta l’hotel il leader incontrastato: il 24,5% continua a preferirlo (ma nel 2014 era il 27%) seguito, nell’ordine, dalla casa di parenti o amici con il 21,7% (rispetto al 20,1% del 2014), dall’appartamento in affitto con il 12,1% (10,2% nel 2014), dalla casa di proprietà con il 10,6% (rispetto al 16,9% del 2014) e, infine, dal villaggio turistico col 7,6% (7,2% nel 2014). Alberghi ed esercizi complementari totalizzano circa 160.000 unità con 4.900.000 posti letto.

Secondo l’indagine sui consumi turistici estivi (che riguarda tutti i tipi di vacanza, non solo quella in albergo) il 79% degli italiani preferisce la spiaggia. Segue in classifica generale la montagna con l’8% delle preferenze, le località d’arte maggiori e minori con quasi il 6%, le località termali e del benessere con il 2,7% della domanda e in leggera risalita le località lacuali dove si attesta il 3% della domanda complessiva italiana.

Considerazioni conclusive. Il contributo che turismo e cultura possono dare alla crescita del Paese e alla creazione di posti di lavoro trova nei dati suesposti una conferma e insieme l’impulso per continuare a sviluppare il settore. Però, perché il Paese possa non solo mantenere ma conquistare posizioni nella classifica dell’”industria invisibile” occorre che si realizzino alcune condizioni che Achille Colombo Clerici, presidente di IEA e di Cescat così riassume: “Mancano grandi tours operators italiani che lavorino nei mercati emergenti, Cina e India in particolare, per conquistare i nuovi flussi del turismo; mancano investimenti cospicui per una adeguata rete/attrezzature di trasporto ( esempio treni speciali ) ed una rete di strutture ricettive di medio livello destinate alle masse turistiche, e prezzi contenuti come denunciano 4 turisti stranieri su 10.  Il turismo è prevalentemente stagionale e la sua promozione è dispersiva e frammentata perché affidata alle singole Regioni. Occorre, lo diciamo da tempo, una vera politica turistica, senza la quale ci limiteremo, come abbiamo fatto finora, semplicemente ad accogliere chi arriva.”

Qualcosa si muove. Con la riforma costituzionale il turismo tornerà di competenza dello Stato; mentre proprio in “zona Cesarini”, a pochi giorni dalla scadenza imposta dall’Europa, si è approvato un Fondo di garanzia privato per rimborsare i turisti vittime di inadempienze da parte degli operatori turistici.

Foto: Achille Colombo Clerici con il Ministro del Turismo Dario Franceschini

Achille Colombo Clerici con il Ministro Dario Franceschini

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Il 9 settembre nuova edizione della Convenzione Europea sul Paesaggio organizzata da FEIN-Fondazione Europea Il Nibbio

NASCE L’OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DI STUDI SUL PAESAGGIO E SUL GIARDINO – BERGAMO LANDSCAPE & GARDEN INSTITUTE

E’ stata ufficialmente sottoscritta la costituzione dell’Osservatorio Internazionale di Studi sul Paesaggio e sul Giardino a Bergamo – Bergamo Landscape & Garden Institute, tra Università degli Studi di Bergamo, Comune di Bergamo, Regione Lombardia, Fondazione Lombardia per l’Ambiente e Associazione Culturale Arketipos. Il 9 settembre in Bergamo Città Alta, ore 9-18, aula magna Campus universitario S. Agostino, il primo appuntamento promosso dall’ Osservatorio, Université d’été un appuntamento internazionale dedicato al paesaggio e al territorio a cui parteciperà anche Maguelonne Dejant Pons, Capo divisione Patrimonio Culturale, Paesaggio e Gestione del Territorio del Consiglio d’Europa.

Al centro di questo importante accordo il paesaggio, un elemento chiave nella lettura-interpretazione delle dinamiche territoriali contemporanee. Le politiche di tutela e conservazione, di valorizzazione e fruizione territoriale, sempre più vissute e partecipate dalla cittadinanza, si pongono al centro dell’azione dei soggetti istituzionali di governo del territorio. Lo spazio pubblico o di uso collettivo negli ambiti urbani costituisce naturalmente il tessuto connettivo e il luogo privilegiato dell’arte pubblica, al quale la cittadinanza sempre più rivolge attenzione nel desiderio di riconquistare gli spazi dell’incontro, del dialogo, dell’incontro-intreccio tra natura e cultura (paesaggio), fino ad ampliare e contaminare ogni disciplina del pensiero contemporaneo applicato al progetto della città, per ripensare e rigenerare gli spazi collettivi che la strutturano.

Per una valorizzazione del tema paesaggio si riconosce quale azione fondamentale il rafforzamento di una cultura di progetto, attraverso attività didattiche e di ricerca e attività di confronto e comunicazione a livello nazionale e internazionale.

In questo ambito, la manifestazione “I Maestri del Paesaggio” di Bergamo, ha svolto e svolge un ruolo rilevante nel veicolare le istanze di partecipazione, proponendo un modello innovativo di evento pubblico che risponde a una domanda di “cultura ambientale”, concorrendo in modo significativo al rafforzamento dell’immagine internazionale di Bergamo quale manifesto per visioni di paesaggio urbano.

Il tema paesaggio risulta particolarmente espressivo e fertile nel contesto territoriale di Bergamo per la spiccata caratterizzazione ambientale, urbana e per le dinamiche che connotano il territorio bergamasco entro la realtà lombarda. Bergamo possiede risorse paesaggistiche tali da identificarla quale laboratorio di straordinario interesse per attività di ricerca applicata e di formazione sul tema.

Il panel dei partecipanti.
Remo Morzenti Pellegrini, rettore dell’Università degli Studi di Bergamo Giorgio Gori, Sindaco della città di Bergamo
Claudia Maria Terzi, Assessore Ambiente, Energia e sviluppo sostenibile della Regione Lombardia
Giovanni Bana, Presidente FEIN (Fondazione Europea IL NIBBIO)
Domenico Piazzini, responsabile CISPG

Relazione introduttiva
Maguelonne Dejeant – Pons
Consiglio d’Europa- Capo divisione Patrimonio Culturale, Paesaggio e Gestione del Territorio

Prof.ssa Magda Antonioli
Università Bocconi di Milano “Paesaggio e turismo sostenibile”

Prof. Stefano Masini Università di Roma Tor Vergata- Responsabile Area Ambiente e Territorio di Coldiretti “L’agricoltura, infrastruttura del paesaggio”

Prof. Fulvio Adobati
Centro Studi sul Territorio “Lelio Pagani” – Università degli Studi di Bergamo “Il perché di un osservatorio permanente a Bergamo”

Dr. Agr. Giovanni Sala
LAND studio “Le Green Infrastructure per la valorizzazione del territorio rurale”

Avv. Vittorio Rodeschini – socio consigliere Arketipos
Prof. Alberto Quaglino
Politecnico di Torino
“Ricerche operative sulla fruibilità del paesaggio”

Arch. Cristiana Storelli
Arch. Del Paesaggio- Bellinzona “Paesaggio e dintorni”

Prof.ssa Barbara Pozzo
Docente di Diritto Comparato all’Università degli Studi dell’Insubria-Como “La legislazione europea sul paesaggio”

Arch. Fabio Albani
Politecnico di Milano – Bovisa “Gli Atelier sul paesaggio: l’agricoltura sociale”

Dr. Fabrizio Piccarolo
Direttore della Fondazione Lombardia per l’Ambiente “Il ruolo della FLA (Fondazione Lombardia per l’Ambiente) nello studio del paesaggio”

Foto: Il presidente di Fein Giovanni Bana, con il presidente di Assoedilizia Achile Colombo Clerici

Achille Colombo Clerici con Giovanni Bana

 

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L’ESPERTO MARIO BREGLIA: FISCO ANCORA TROPPO PESANTE

Il ballo del mattone resta un lent “Meno tasse e più ristrutturazioni”
Matteo Palo

MILANO

“Con le condizioni che ci sono oggi sul mercato, dovremmo assistere a un boom. La verità è che, invece, le cifre non sono così positive come dovrebbero essere”.

Per Mario Breglia, presidente di Scenari immobiliari, i numeri sull’andamento dell’edilizia vanno letti con attenzione.

Analizzati in controluce, dicono che il settore non si è ancora ripreso del tutto. Alcuni elementi, come una tassazione ancora molto sfavorevole, continuano a penalizzarlo. Per rimettere in moto il comparto, allora, serve un’operazione di ampio raggio sulle ristrutturazioni nei grandi centri urbani.

Presidente, come vede questa ripresa?
“Diciamo la verità. È ancora molto fragile. Per darle qualche numero, al momento siamo ancora a 420-430mila compravendite in un anno.
È la metà rispetto ai massimi, ma comunque è ancora molto poco rispetto a quello che possiamo considerare un livello equilibrato, intorno alle 600mila transazioni.
Con le condizioni attuali, sono numeri che stupiscono”.

Quali condizioni?
“I tassi di interesse per i mutui così bassi, i costi delle case ridotti del 25% rispetto all’inizio della crisi e la domanda abitativa che, in base a tutte le indagini, risulta molto alta. C’è voglia di comprare case, ma questo non succede”.

Secondo lei perché?
“Certamente contribuisce il clima di incertezza di questi mesi. Ma, allo stesso tempo, vanno considerati altri fattori, come un prodotto che è ancora molto scadente. In questi anni non si è costruito. Così chi compra non trova abitazioni nuove, ma immobili da ristrutturare, sui quali cioè c’è da spendere ancora altro denaro”.

Questo si collega ai problemi che le imprese di costruzioni continuano ad avere…
“Se non riparte il residenziale, le imprese restano bloccate. E dobbiamo considerare che, in questi anni, non abbiamo fatto altro che mettere sul mercato l’invenduto che c’era all’inizio della crisi. Da 500mila abitazioni invendute siamo passati a 150mila”.

Come si rimette in movimento il mercato?
“Escluso che si possa puntare sul nuovo. La ricetta per le imprese è lavorare sulle ristrutturazioni urbane. Bisogna lanciarsi sulle grandi ristrutturazioni nelle zone centrali, dove la gente vuole vivere. Anche attraverso operazioni di suddivisione”.

Non hanno senso gli spazi pensati decenni fa?
“No, oggi ci sono aree dove abbiamo grandi appartamenti abitati dal vecchietto che vive da solo in una casa di cento metri quadri e non ce la fa a pagare l’Imu. È un modello che non può funzionare. Queste ristrutturazioni, poi, potrebbero dare una spinta anche agli affitti”.

In che senso?
“Queste abitazioni potrebbero anche essere affittate. Ma il mercato delle locazioni va incentivato, perché nel nostro Paese è quasi scomparso. Sconta ancora una tassazione penalizzante; poche cose sono disincentivate come l’affitto in Italia. Solo riuscendo a mettere insieme queste spinte si possono riavviare le costruzioni”.

Foto: Il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

foto presidente 155

 

 

La Commissione Europea ha pubblicato i risultati, del quadro europeo di valutazione dell’innovazione relativi al 2016, dai quali si manifesta come nell’ Unione europea l’innovazione guadagni terreno rispetto al Giappone e agli Stati Uniti. La Svezia è ancora una volta leader dell’innovazione seguita da Danimarca, Finlandia, Germania e Paesi Bassi. I paesi in cui l’innovazione registra un’espansione più celere sono la Lettonia, Malta, la Lituania, i Paesi Bassi e il Regno Unito.

L’ Italia, che si colloca al 17° posto (su 28 Paesi compresa la Gran Bretagna), viene classificata quale “innovatore medio” ed è al di sotto della media UE: una posizione non adeguata alla sua forza economica e produttiva. A molto parziale consolazione, lo studio della Commissione cita, quali esempi, i Poli innovativi regionali di Piemonte e Friuli-Venezia Giulia.

Nel complesso, il propulsore fondamentale per diventare un leader nel comparto è l’adozione di un sistema di innovazione equilibrato che combini un livello adeguato di investimenti pubblici e privati, partnership efficaci per l’innovazione tra imprese e mondo accademico, una solida base di istruzione e la ricerca di eccellenza. Gli effetti economici dell’innovazione si traducono in vendite ed esportazioni di prodotti, da un lato, ed occupazione, dall’altro. In altre parole, in capacità competitiva del sistema Paese.

La competitività italiana è in risalita (dal 49° al 43° posto in una lista di 140 Paesi) con punte di eccellenza, rappresentate dalle dimensioni del mercato (12esimo posto), dalla salute e dall’educazione primaria (26), dalle infrastrutture (26) e dall’alta specializzazione, soprattutto nel vasto comparto delle piccole e medie imprese. Ma permane, ed anzi si allarga, la forbice con la media dei Paesi dell’Unione Europea a causa, principalmente, della burocrazia e dell’alto debito pubblico. Sempre secondo la Commissione Europea, nel 2015 il Pil reale dell’Italia è tornato ai livelli dei primi anni 2000; gli investimenti hanno registrato una drastica flessione, in media più accentuata che nel resto della zona euro. La disoccupazione resta alta, addirittura insostenibile per i giovani.

foto presidente 155

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Polo della moda o collegio: idee per la nuova Città studi
Il trasloco della Statale a Expo svuoterà il quartiere Da archistar, costruttori e urbanisti i progetti possibili

di Maria Sorbi

A Milano c’è un quartiere tutto da inventare. Si tratta dell’attuale Città Studi che, nell’arco dei prossimi cinque anni, con il trasloco ad Expo dei dipartimenti delle facoltà scientifiche dell’università Statale, sarà libera.

E l’idea di progettare una nuova fetta della città, in un’area finora intonsa dai grossi investimenti e dalle rivoluzioni urbanistiche, stuzzica la fantasia degli architetti e gli appetiti degli imprenditori immobiliari. Anche perché non si tratta di una superficie di poco conto: ai 250mila metri quadrati delle palazzine dell’ateneo, bisogna aggiungere i 45mila metri quadrati dell’ospedale Besta e dell’Istituto dei tumori di via Venezian (che dovrebbero trasferirsi nella città della Salute progettata a Sesto sui terreni dell’ex Falck). Non solo, se il Comune dovesse approvare il piano di riqualificazione degli scali ferroviari, allora rientrerebbe a far parte del nuovo progetto anche Lambrate, con i suoi 70mila metri quadri di binari.

I grattacieli di Gae Aulenti hanno insegnato che si può costruire un impero là dove c’erano solo pozzanghere, degrado e un luna park. La sfida di Città studi sembra altrettanto stimolante. Stefano Boeri, l’archistar del Bosco Verticale, ammette di avere in testa già qualche idea per ridisegnare via Celoria e dintorni. Al posto delle sedi dei dipartimenti di agraria, veterinaria, farmacia e scienze biomediche, vede “un grande collegio per gli studenti”. L’architetto urbanista, dovendo immaginare la trasformazione dell’area, non intende snaturare la zona, frequentata per lo più da studenti e ricercatori. Né pensa di stravolgere la conformazione delle palazzine di oggi, che in buona parte sono tutelate dalla Sovrintendenza ai beni culturali. Tuttavia, spiega, «abbiamo di fronte una bella occasione per immaginare un sistema di nuovi collegi universitari e per impostare quella politica degli studentati che a Milano non c’è mai stata. Eppure la città ospita un popolo di 300mila universitari fuori sede». Boeri sogna un campus di ultima generazione rispetto a quello di via Famagosta. Un po’ sulla falsa riga degli spazi dell’ex Ansaldo e con aree di coworking dove condividere idee e lavoro.

Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, non la immagina come il quartiere dei grattacieli. “Piuttosto la vedo adatta per diventare la nuova Los Angeles di Milano, con palazzine che facciano da sede a servizi amministrativi. E poi potrebbe diventare la sede del Museo della Moda. Del resto siamo la capitale nel settore”.

“Quello è un quartiere che deve mantenere una forte connotazione di servizi – sostiene anche l’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran – Abbiamo bisogno di un piano che tenga viva e vitale l’attuale Città studi». Il suo predecessore, Alessandro Balducci, immagina un villaggio per studenti, con abitazioni ad affitti calmierati e con un’area che sia il prolungamento del Politecnico (a cui serve urgentemente spazio, a cominciare dall’aula magna. “Bisogna prima capire se davvero l’Istituto dei tumori traslocherà – spiega Balducci – Se fosse cassa Depositi e prestiti ad acquistare l’area, allora vedo lo spazio per realizzare un quartiere di servizi”. E’ un po’ più cauto a liberare la fantasia sul nuovo quartiere Luigi Borré, presidente di Euromilano, la società che ha dato vita al progetto di cascina Merlata a fianco di Expo. “Serve un’analisi approfondita, ci sono parecchi edifici vincolati e poi è importante capire i tempi”.

Foto di archivio: da sin. l’assessore Pierfrancesco Maran, il sindaco Giuseppe Sala, ed il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

Pierfrancesco Maran, Giuseppe Sala, Achille Colombo Clerici

 

La tutela dell’ “immagine” della dimora.

Alcuni spunti

Sempre più spesso le dimore storiche vengono riprodotte su riviste e quotidiani, etichette e reclame, “accostate” a prodotti o servizi in campagne pubblicitarie o come “immagine” promozionale di un territorio.

La bellezza, il fascino e l’appeal di una dimora possono costituire, infatti, un elemento caratterizzante e qualificante di un territorio o rappresentare un suggestivo richiamo per molti prodotti o servizi.

Non sempre, però, queste riproduzioni avvengono con il consenso del proprietario. Anzi.
Ma come “difendere” l’immagine di una casa?

Sicuramente non è possibile, per le dimore, pur sempre “cose”, ricorrere in via analogica alla tutela accordata dall’art. 10 del codice civile alle persone.
Infatti, “non esiste nel vigente sistema positivo una disciplina di riproduzione delle cose analoga o per qualche verso assimilabile a quella che tutela l’immagine di una persona” (Cass. 15 febbraio 1968, Diritto Autore 1971, pag 270 e ss).

Ciò nonostante, le dimore possono godere della protezione accordata da altre fonti dell’ordinamento.

Innanzitutto, le dimore possono costituire un’opera dell’ingegno di carattere creativo e, in quanto tali, sono soggette alla protezione accordata dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e succ. mod. (la “Legge Autore”). L’autore dell’opera architettonica gode quindi dei diritti, sia morali che patrimoniali – tra cui il diritto di riprodurre (fotografare) l’opera – previsti da tale legge.

La durata dei diritti patrimoniali è però limitata, in quanto “I diritti di sfruttamento economico dell’opera durano tutta la vita dell’autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte” (così art. 25 Legge Autore).

I diritti patrimoniali su un’opera prescindono inoltre dalla proprietà della stessa e, in mancanza di diverso accordo (o, ad alcune condizioni, in caso di commissione dell’opera) se non espressamente ceduti permangono in capo all’autore/architetto. In tal senso si è pronunciata anche la giurisprudenza in un caso di riproduzioni di una casa su un periodico: “La pubblicazione su una rivista di fotografie di un’opera di architettura (e nella specie: una villa) non autorizzata dall’autore dell’opera costituisce violazione del suo diritto di utilizzare economicamente l’opera ed in particolare di riprodurla” (Trib. Milano, 17 gennaio 2004, in AIDA 2006, 1074).

Tuttavia, salvo il caso di dimore abbastanza “recenti”, ovvero progettate da architetti viventi o deceduti da non più di settant’anni, e per le quali il proprietario si sia fatto cedere dall’autore/architetto anche i diritti di riproduzione, sarà abbastanza difficile che quest’ultimo possa ricorrere alla tutela prevista dalla Legge Autore per tali diritti.

Quanto invece ai diritti morali (“il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”; art. 20 Legge Autore), sebbene non soggetti ad alcuna limitazione temporale questi diritti sono inalienabili e irrinunciabili, cioè permangono in capo all’autore e possono essere esercitati indipendentemente dai diritti patrimoniali derivanti dalla creazione dell’opera e anche nel caso in cui questi ultimi siano stati ceduti a terzi; alla morte dell’autore potranno essere esercitati dai discendenti nonché, “qualora finalità pubbliche lo esigano”, anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri (così art. 23 Legge Autore).

Nonostante la riproduzione di una dimora in alcuni casi possa costituire un atto capace di arrecare un qualche pregiudizio ai diritti morali dell’autore, generalmente i proprietari non sono l’autore o i discendenti dell’autore che l’ha progettata e, pertanto, il più delle volte non sussisterebbe, in capo agli stessi, alcuna legittimazione ad agire per la tutela di tali diritti.
In ogni caso, la tutale prevista dalla Legge Autore non vieta la fotografia della dimora per finalità personali (oltre che per scopi di ricerca e studio e altre ipotesi eccezionali previste dalla Legge Autore), nel cui caso la riproduzione è sempre lecita.

La fotografia di una dimora potrebbe, sussistendone i presupposti, costituire invece violazione del diritto alla privacy, sancito dalla Costituzione e, più in particolare, dal decreto legislativo 30 giugno 2003 n. 196 e succ. mod. (il “Codice in materia di protezione dei dati personali”); per poter beneficiare di tale tutela, occorre tuttavia che la riproduzione possa costituire un pregiudizio al diritto alla riservatezza dei proprietari e andranno quindi attentamente valutate, caso per caso, le circostanze e i “dati” personali riprodotti (o comunque ricavabili e riconducibili) nell’immagine.

Nel caso in cui una riproduzione dell’immagine della casa fosse registrata e/o usata come marchio, essa troverebbe tutela altresì nella specifica disciplina prevista dal decreto legislativo 10 febbraio 2005 n. 30 e succ. mod. (il “Codice della proprietà industriale”). Il titolare del marchio potrebbe pertanto vietare l’uso non autorizzato, da parte di terzi, di un’immagine identica o simile a quella della dimora registrata per contraddistinguere prodotti identici o affini a quelli indicati nella domanda di registrazione e per i quali il proprietario abbia usato l’immagine della dimora come marchio. Il raffronto tra il marchio e l’immagine utilizzata dovrebbe però evidenziare similitudini tali da determinare un rischio di confusione per il pubblico, che può consistere anche in un rischio di associazione dei segni.

In quanto bene “vincolato”, le dimore beneficiano infine della tutela accordata dal decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 e succ. mod. (il “Codice dei beni culturali”). Il Codice prevede che la riproduzione di un bene culturale possa avvenire solo con il consenso del titolare e, se del caso, il pagamento di un corrispettivo. Tuttavia, secondo quanto disposto dall’art. 107 co. 1, tale disciplina è limitata ai soli beni nella disponibilità del “Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali” e un’analoga possibilità non è espressamente prevista anche per i beni di proprietà dei privati, sebbene un’interpretazione analogica della norma volta a ricomprendere nella tutela anche i beni privati sia stata in passato prospettata (senza ricevere tuttavia riconoscimento normativo).
E’ invece sicuramente discusso – e discutibile – se il nostro ordinamento preveda un più generale (e generico) diritto, spettante a chiunque, di fotografare beni collocati in luoghi pubblici, in particolare monumenti ed opere dell’architettura contemporanea (il c.d. “diritto di panorama” o “panorama libero”).
Secondo il Ministero dei Beni Culturali, nella risposta data a suo tempo ad un’interrogazione parlamentare sul punto (interrogazione alla Camera n. 4/05031, risposta scritta del 19 febbraio 2008), “la libertà di panorama […] è riconosciuta in Italia per il noto principio secondo il quale il comportamento che non è vietato da una norma deve considerarsi lecito”; con la conseguenza che, al contrario di quanto previsto in altri ordinamenti, “in Italia, non essendo prevista una disciplina specifica, deve ritenersi lecito e quindi possibile fotografare liberamente tutte le opere visibili, dal nuovo edificio dell’Ara Pacis al Colosseo, per qualunque scopo anche commerciale salvo che, modificando o alterando il soggetto, non si arrivi ad offenderne il decoro ed i valori che esso esprime”.
La risposta data dal Ministero ha suscitato alcune critiche in quanto, da una lettura organica e sistematica delle norme previste dall’ordinamento, sia in tema di beni culturali che di diritto d’autore, è possibile al contrario, “riscontrare un divieto generale di uso strumentale e precario dei beni culturali/monumenti tale da impedire il riconoscimento del panorama libero” (Alessandro Ferretti, Bene culturale e diritto d’autore, in Avvocati, n. 1/2, Gennaio/Febbraio 2009, pag. 11).

Arduo in ogni caso trarre delle conclusioni univoche.

La riproduzione, non autorizzata dal proprietario, da parte di terzi della dimora potrebbe costituire – sussistendone le condizioni – violazione di una o più delle una delle norme sopra richiamate. O di nessuna.

Avv. Gilberto Cavagna di Gualdana

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L’ Europa intima alle Banche italiane di cedere i propri crediti in sofferenza.

Fra questi, e per un ammontare complessivo di 34 miliardi, circa 250mila riguardano mutui per l’acquisto-casa; per cui altrettante famiglie si vedrebbero costrette ad appianare in tempi rapidi la morosità o a vedersela con i cessionari di tali crediti; quei fondi che fanno della riscossione celere la ragione del loro profitto.

Romano Prodi ha proposto la costituzione di fondi pubblici o misti, con il compito di acquisire, dalle famiglie debitrici verso le banche, i loro immobili, lasciandole nel relativo godimento a titolo di locazione ed a canoni molto bassi, magari corrispondendo alle banche stesse una “liquidazione” più congrua di quella offerta dai fondi specializzati, cessionari dei crediti. Si risolverebbero in un sol colpo due problemi; quello delle famiglie che rischiano di restare senza casa e quello delle banche che rischiano di dover cedere i crediti deteriorati a prezzi fallimentari.

Condividiamo questa proposta di Romano Prodi, essendo da sempre fautori  dell’idea di potenziare l’edilizia residenziale pubblica, il cui ruolo non può esser surrogato dal privato, né da forme ibride di intervento compartecipato dal privato, essendo queste di limitatissima portata. A ciascuno il suo ruolo. La proposta, a ben vedere, si configura come un vero e proprio piano di edilizia popolare, in cui, invece della costruzione diretta o dell’acquisto in blocco dell’immobile da parte del “fondo” pubblico, abbiamo un acquisto da una molteplicità di soggetti.

Se tale acquisto, come immaginiamo, va fatto compensando, oltre che le banche, anche le famiglie venditrici, fino a concorrenza del valore degli immobili ceduti, temiamo che il piano non sia remunerativo a livello economico e riteniamo quindi vada sovvenzionato a carico dell’ente pubblico.

E, se non vogliamo finanziare i soggetti che già operano in questo campo e che ben potrebbero assolvere al compito, costituiamo pure dei nuovi fondi allo scopo, dotandoli dell’adeguato finanziamento, considerando che questo andrà rapportato, in qualche misura, anche al valore della acquisenda massa immobiliare e non solo alla copertura del credito bancario.

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A s s o e d i l i z i a
Associazione della Proprietà Edilizia
Milano

 

Martedì 12 luglio scorso la cronaca del quotidiano “La Repubblica” ha pubblicato un articolo dal titolo “Assoedilizia e sindacati è scontro sul canone concordato”.

Ritenendo che il suo contenuto non fosse rispondente al pensiero di Assoedilizia, abbiamo inviato, in pari data, alla giornalista, con la quale sono intervenuti rapporti per la redazione dell’articolo, la seguente lettera-precisazione.

Con riferimento all’articolo “Assoedilizia e sindacati è scontro sul canone concordato” pubblicato oggi, constatiamo che è stata confusa la parte dedicata dal nostro comunicato stampa alla cronaca del workshop organizzato da Regione Lombardia dal titolo “Azioni e strumenti per lo sviluppo dei servizi abitativi” con quella illustrante la posizione, da tempo nota, di Assoedilizia rappresentata dal suo Presidente Achille Colombo Clerici.

Cosicché alcune critiche e considerazioni emerse nel corso dello stesso workshop sono state attribuite all’associazione dei proprietari immobiliari.

Crediamo sia opportuno riportare nuovamente il parere del Presidente così come pubblicato nel nostro comunicato stampa diffuso a conclusione del workshop organizzato dalla Regione Lombardia:

“Secondo Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, che rappresenta la proprietà immobiliare privata, al di là delle buone intenzioni e di iniziative sia pure lodevoli ma di nicchia, non si adottano, a livello legislativo nazionale, le misure necessarie a produrre l’effetto di una vera incentivazione dell’investimento privato in locazione, come risposta di sistema al fabbisogno abitativo della Lombardia e del Paese. La locazione che andrebbe incentivata è quella del contratto libero.
La politica governativa, viceversa, è tutta protesa ad incentivare il contratto c.d. agevolato.

Questa formula contrattuale, a canoni concordati, è senz’altro una formula virtuosa sul piano sociale, ma non lo è altrettanto sul piano economico. Ipotizzare investimenti ex novo che si basino sul presupposto di tener più basso l’affitto, compensando con alleggerimenti fiscali, significa immaginare un “investimento all’insegna del risparmio”, tanto nella qualità della costruzione, quanto nella qualità dell’inquilinato. Il che, quand’anche stesse in piedi sul piano della remuneratività (e a Milano sembra non sia neppure così), non rappresenterebbe di certo la condizione ottimale per conseguire la seconda fra quelle che indichiamo come finalità che motivano l’investimento a reddito (dopo la redditività diretta): cioè la rivalutazione patrimoniale del bene.

Insomma, nella logica economica è preferibile investire in un immobile buono e con un inquilino di prim’ordine, piuttosto che in un immobile meno buono e con un inquilino di second’ordine, a parità di ricavo reddituale al netto delle imposte.

E dunque una politica abitativa del settore privato che si fondi sul principio di dover risparmiare sui costi e sulle tasse per abbassare i canoni di locazione non può essere strutturale, al fine di incentivare la creazione di nuovi investimenti, o il mantenimento nel tempo di quelli esistenti, ma piuttosto può essere residuale al fine di risolvere – e non sempre – preesistenti situazioni di emergenza, nell’offerta e nella domanda.

E la conseguente politica dei differenziali fiscali, per indurre i proprietari a locare a canoni concordati, praticata da qualche anno nel nostro Paese, mostra, all’atto pratico, tutti i suoi limiti sul piano del risultato.”

Anche se sintetizzate al massimo per ragioni di spazio, tali considerazioni sono ben lontane da quanto risulta dall’articolo.
La ringrazio per la pubblicazione di questa necessaria precisazione. Con distinti saluti.

Ufficio Relazioni esterne e stampa Assoedilizia – giorn. Benito Sicchiero

foto presidente 155

A s s o e d i l i z i a
Associazione della Proprietà Edilizia
Milano

Informa

 

Organizzato dall’Ordine degli Architetti Paesaggisti Pianificatori Conservatori della provincia di Como

PREMIO MAESTRI COMACINI 2015, I VINCITORI

Si è tenuta nella sede dell’Ordine degli Architetti PPC di Como, la premiazione dei vincitori dell’edizione 2015 del Premio triennale di Architettura Maestri Comacini. Nella medesima serata si è svolta l’inaugurazione della Mostra dei progetti partecipanti al Premio. Sarà possibile visitare l’esposizione fino all’ 8 agosto 2016. Accompagna la mostra un catalogo delle opere partecipanti, a cura di Lorenza Ceruti e Emanuela Galfetti, con progetto grafico di Anna Galfetti.

Il Premio Maestri Comacini, indetto dall’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Como, con il patrocinio e contributo dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Como e dell’Ance Como, riguarda le opere realizzate sul territorio comasco e completate tra il 1°Gennaio 2012 ed il 31 Dicembre 2014. Il premio riconosce la qualità del progetto e dell’opera, intesa come espressione culturale tra progettista, impresa esecutrice e committenza, secondo la filosofia dei “Maestri Comacini”.

Come di consueto oltre al premio in denaro, pari a 1000 euro per il vincitore di ognuna delle categorie, è stata consegnata ai vincitori e ai menzionati un’opera d’arte realizzata per l’occasione. L’edizione 2015 ha visto la partecipazione di Marco Vido con l’opera “Angels per Premio Maestri Comacini 2015”.

All’edizione 2015 del Premio Maestri Comacini hanno partecipato 28 progetti, così suddivisi:
– 11 progetti per la Categoria A Nuove Costruzioni
– 8 progetti per la Categoria B Recupero di costruzioni esistenti
– 3 progetti per la Categoria C Spazi urbani ed infrastrutture
– 6 progetti per la Categoria D Architetture d’interni.

La giuria, presieduta dall’arch. Nicola Di Battista, Direttore della Rivista Domus ( rappresentante nominato dall’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Como) e composta da arch. Patricia Viel, dello studio Antonio Citterio Patricia Viel and Partners, (rappresentante nominato dall’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Como), arch. Stefano De Angelis, Professore aggiunto della Henan Polytecnic University (rappresentante nominato dall’Ance Como), ing. Augusto Allegrini, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Pavia e  della Consulta Regionale degli Ordini degli Ingegneri Lombardi (rappresentante nominato dall’Ordine degli Ingegneri), si è riunita il giorno 15 marzo 2016. I lavori della giuria si sono svolti alla presenza dell’arch. Lorenza Ceruti, Segretario del Premio, nominato dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Como.

Sia per la Categoria B (Recupero di Costruzioni esistenti) che per la Categoria D (Architettura d’Interni) i progetti vincitori appartengono a professionisti che all’atto dell’inizio lavori dell’opera non avevano compiuto il 35° anno di età.

Ecco i progetti vincitori:

1° Premio Categoria A Nuove Costruzioni:
Titolo dell’opera: Via Volta 16 – Erba
Progettisti arch. Marco Ortalli e arch. Dario Cazzaniga
Strutturista: DSC Erba srl
Impresa Esecutrice:  Brusadelli srl -Cesana Brianza (Lc)
Committenti: Sice srl
 Cesana Brianza (Lc)
Signori Sartori/Colombo

1° Premio Categoria B Recupero di costruzioni esistenti
Titolo dell’Opera: Casa G
Progettista arch. Lorenzo Guzzini
Strutturista: ing. Amalio Peduzzi
Impresa Esecutrice:  BBT COSTRUZIONI – Como
Committente: Stefano Guzzini e Tiziana De Witt

1° Premio Categoria C Spazi urbani ed infrastrutture
Titolo dell’opera:
 Ponte del Chilometro
Progettista: arch. Paolo Brambilla, arch. Renato Conti, arch. Corrado Tagliabue, Ing. G.Michele Colombo
Collaboratori: arch. Martina Iapichino
Impresa Esecutrice: Officine Manganiello S.r.l – Afragola (Na)
Committente: Camera di Commercio di Como
Ente Appaltante: Comune di Como Lavori Pubblici

1° Premio Categoria D Architetture d’interni
Titolo dell’opera: Appartamento VM – Cantù
Progettista Lopes Brenna architetti – arch. Cristiana Lopes, arch. Giacomo Brenna
Impresa Esecutrice: Urru Nicola
Committente: Viola Brenna Marco Cappelletti

Menzione Categoria A Nuove Costruzioni
Titolo dell’opera:
 Villa G – Guanzate (Co)
Progettista Arkham Project – arch Luca Ambrosini, arch. Marco Longatti con arch. Michele Zamperini
Strutturista: ing Andrea Zaffaroni
Impresa Esecutrice: Guffanti A. Costruzioni

Menzione Categoria B – Recupero di costruzioni esistenti: Serra piccola del Grumello
Progettisti: Arch. Paolo Brambilla, Arch. Elisabetta Orsoni, Arch .Corrado Tagliabue
Collaboratori: Arch. Martina Iapichino, Arch. Veronica Marelli
Impresa Esecutrice: Rossetti carpenteria metallica – Faggeto Lario (Co)
Committente: Associazione villa del Grumello

Hanno partecipato al Premio Maestri Comacini 2015:

Per la categoria A- Nuove costruzioni: ing Aldo Bernasconi con la trasformazione dell’ex garage Milano in caserma per la polizia locale a Campione d’Italia-Como, arch. Marco Castelletti con la palestra per le scuole elementari di Cadorago(Co), Architetto Mario Feltri con RES PO a Pognana Lario(Co), architetto Paolo Donà e architetto Marco Frontini con l’ampliamento del cimitero di Guanzate(Como), architetto Roberto  Ghioldi e architetto Anna Ghirardello con Casa bifamiliare a Faloppio(Co),architetto Paolo Muscionico con Residenza Orleander in Campione d’Italia, architetto Sergio Beretta con ME+MO a Como, architetto Fabio Bianchi con edificio plurifamiliare in via T Ciceri a Como, architetto Fabio Bianchi con Julian Andres Cordoba con Villa unifamiliare in via Panoramica san Pietro a Como.

Per la categoria B- Recupero di costruzioni esistenti: arch. Roberta Fasola con Loft vista lago a Blevio(Como), arch. Marco Castelletti casa a Civenna (Como), arch. Marco Mazzocchi Villa Dora a Cernobbio(Como), arch. Dario Valli e arch. Arianna Lorini con Edificio in Como via Zezio/via Ferrari, arch. Davide Adamo con Casa Romanova a Campione d’Italia, arch. Stefano Larotonda con Casa Atelier al Castello Pietrasanta a Cantù.

Per la categoria C- Spazi urbani e infrastrutture: architetto Paolo Albano con monumento in memoria dell’ing. Alessandro Rossi fondatore a Sagnino della storica industria italiana di fermodellismo Rivarossi, architetto Paolo Brambilla, architetto Elisabetta Orsoni e architetto Corrado Tagliabue con Ponte del Grumello a Como.

Per la categoria D-Architetture d’interni: architetto Marco Ortalli con Nuova pasticceria Sartori in via Volta a Erba(Co), Lopes Brenna Architetti- arch. Cristiana Lopes, arch. Giacomo Brenna con Appartamento EG- Como e Appartamento AV Como, Arkham Project- architetto Luca Ambrosini, architetto Marco Longatti con architetto Tomas Colaprisco con Villa T a Brienno(Como), architetto Dario Valli, architetto Carla Clerici con Baita in Cerano d’Intelvi(Co), in località Pian d’Alp.

Foto d’archivio: Il presidente IEA Achille Colombo Clerici con il Ministro per l’ambiente Gian Luca Galletti

Achille Colombo Clerici con Gian Luca Galletti 

Istituto Europa Asia IEA
EUROPASIA
Europe Asia Institute

In Assolombarda sesta conferenza di Maria Weber sulla Cina organizzata da Ispi

ANCORA OPPORTUNITA’ PER GLI IMPRENDITORI ITALIANI. MA SI ADDENSANO NUBI GEOPOLITICHE

All’indomani dello schiaffo inferto alla Cina dalla Corte permanente di arbitrato della Legge del Mare (Onu) dell’Aia, che le ha negato la sovranità sul Mar cinese meridionale, e la conseguente dura reazione del gigante asiatico, altre nuvole si addensano sul sogno cinese di abbinare al ruolo di superpotenza economica (prima o seconda al mondo secondo calcoli diversi) anche il ruolo di superpotenza politica. Sogno che potrebbe realizzarsi soltanto nel caso di declino americano che, almeno nel Pacifico, sembra ben lontano. Anzi. Gli accordi Usa con Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Filippine, Vietnam sembrano riproporre quella cintura di contenimento economico-militare che tanto bene ha funzionato circa 80 anni fa nei confronti del Giappone fino a precipitarlo in una rovinosa sconfitta. Per contro la Cina è fermamente decisa a riscattare oltre un secolo di umiliazioni occidentali cominciate nel 1839 con la prima Guerra dell’Oppio.

Se ne è parlato nella sede Assolombarda di Milano alla sesta edizione della conferenza annuale sulla Cina organizzata da Ispi dedicata alla memoria di Maria Weber docente all’ Università Bocconi, autrice di importanti saggi sulla Cina, responsabile dell’Istituto italiano di cultura di Pechino. Apertura dei lavori affidata a Carlo Secchi, vicepresidente Ispi ed emerito rettore dell’Università Bocconi con interventi introduttivi di Alessandro Spada, vicepresidente Assolombarda ed, in collegamento,  Ettore Sequi, ambasciatore d’Italia a Pechino. Nella prima parte dei lavori dal titolo “Le sfide politiche ed economiche del Sogno Cinese” sono intervenuti: Alessia Amighini, senior research fellow Ispi e professore Università del Piemonte Orientale; Christopher Balding, professore di economia politica, Università di Pechino; Hongyi Lai, professore di economia politica internazionale  della Cina, università di Nottingham; Axel Berkofsky, senior research fellow Ispi e professore università di Pavia; Gianluigi Salcecci, direzione studi e ricerche Intesa Sanpaolo. Nella seconda parte dei lavori “New Normal, nuove sfide e strategie per le imprese italiane”, moderatore Marco Bettin, direttore operativo Fondazione Italia Cina, interventi di Roberto Snaidero, presidente Federlegno; Fabrizio Grillo, affari generali e direttore relazioni internazionali Bracco; Andrea Durante, responsabile strategie Eldor Corporation; Andrea Corbetta, manager progetti trasporto e logistica Gefco Itaia.

Ad oggi, facendo i debiti scongiuri contro un fosco futuro che speriamo mai si realizzi, prevale lo scenario economico ben più tranquillizzante anche se pure qui le ombre non mancano. La più grossa delle quali è costituita dall’apparente indecisione della Cina se abbandonare il modello di economia socialista e adottare decisamente quello liberal-capitalista.

I dati sono controversi. Un esempio per tutti: ancora oggi le aziende maggiori che operano soprattutto negli obsoleti settori dell’acciaio e minerario sono in mano allo Stato e producono passivi enormi finanziati dalle banche, pure statali, facendo crescere il debito pubblico (250% del Pil, quasi il doppio del debito italiano). Se la motivazione sociale è quella di non chiudere le aziende decotte per non trovarsi di fronte a decine di milioni di disoccupati difficilmente riciclabili, questa non è certo economia di mercato. Anche perché quando le società pubbliche falliscono – e sono state oltre 2000 lo scorso anno – subentrano aziende private fotocopia finanziate con denaro pubblico.

Per contro il premier Xi Jinping – sempre più uomo forte del governo cinese – sta dando ampio spazio, oltre alla dura lotta alla corruzione fortemente osteggiata dai mandarini locali e nazionali, a settori più in linea con un Paese moderno: urbanizzazione sostenibile, industria medicale e aerospaziale, alta tecnologia, green economy, agroalimentare, arredo, moda. Settori nei quali l’Italia può dire molto, e i suoi imprenditori fare molto. Per questo è in atto, da parte delle nostre rappresentanze a Pechino supportate dalle associazioni imprenditoriali e di promozione italiane, una massiccia operazione di “sistema Italia” con una fitta serie di incontri tra istituzioni (compresi alcuni ministri) e industriali per recuperare il tempo perduto e contribuire a soddisfare la domanda dei 200 milioni di cinesi ceto medio, destinati a superare presto quelli americani.

Dal canto suo la Cina continua il suo programma di massicci investimenti nel globo. A prescindere da quanto fa in Africa, emblematico è, a casa nostra, l’interessamento per le squadre di calcio Inter e Milan destinate a diventare alfieri di italianità nel Continente di Mezzo. Ma di ben maggior rilievo per l’Europa è il progetto di Via della Seta terrestre e marittima (One Belt One Road) destinata a intensificare enormemente i rapporti commerciali euroasiatici. Vengono realizzate o potenziate infrastrutture – porti, ferrovie, autostrade – progettate, eseguite e finanziate con capitali cinesi attraverso le neo costituite Banca Asiatica e Banca di Sviluppo cui partecipano anche Paesi occidentali, tra cui l’Italia. Dopo il porto del Pireo in Grecia, la ferrovia Belgrado-Sofia ed altri investimenti nei Balcani. Un buon auspicio. Perché laddove si fanno affari i cannoni tacciono.

Foto: Il presidente IEA Achille Colombo Clerici

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