“Vittorino Colombo, le chiavi della Cina” di Gilberto Perego e Marcello Menni – AVVENIRE Ediz. 01/06/2016 – XX Anniversario della morte dello Statista milanese

giugno 14, 2016

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AVVENIRE Ediz. 01/06/2016
L’anniversario
Vittorino Colombo, le chiavi della Cina
Gilberto Perego e Marcello Menni
01/06/2016

La storia delle relazioni diplomatiche del nostro Paese è sempre stata associata a grandi figure della politica e ad alcuni illustri ambasciatori. La politica italiana della Prima repubblica ha avuto un eccezionale numero di protagonisti attenti a ciò che succedeva fuori dal cortile di casa.

Se è nota l’attenzione filo atlantista del Partito Repubblicano e di quello Liberale e l’”attrazione fatale” del Pci e del Psi per i Paesi “compagni”, meno nota al grande pubblico è l’attenzione della Dc per la politica estera: partito interclassista ed ideologicamente variegato, essa spesse volte costituiva più occasione di divisioni che di visioni. L’internazionale democristiana ebbe così molte meno occasione di determinare lo scacchiere internazionale di quella socialista, tanto per fare un esempio. Ed in generale nelle file del Biancofiore spesso gli incarichi internazionali erano, quando non esilio, una passerella dorata e poco più.

Se la grandezza di un Andreotti, di un Emilio Colombo o di un La Pira è conosciuta ai più, meno nota, ad esempio, risulta la vitalità, l’originalità e l’impegno di un politico come Vittorino Colombo, “colonnello”, oggi diremmo, della sinistra interna del partito, vicina al mondo aclista e della Cisl e del quale oggi ricorre il ventesimo della morte. I recenti studi sulla sua figura e l’emergere di vecchie e nuove testimonianze, ne riaffermano con forza il ruolo di assoluto rilievo nella politica estera nazionale.

Forse non sarebbe stato facile prefigurare un suo impegno fuori dal territorio: brianzolo di nascita, ma ben presto trasferitosi a Milano prima della Seconda Guerra Mondiale, è un giovane partigiano e un altrettanto giovane protagonista della vita del sindacato bianco alla Montecatini. Le sue qualità, la sua intelligenza e la sua costanza nello studio (si laurea in Scienze Politiche come studente lavoratore alla Cattolica nel ’56), lo portano alle prime esperienze all’estero. In particolare proprio negli anni ’50 il sindacato lo invia in un viaggio di studi nei college americani, per approfondire le nuove sfide del mercato del lavoro e le politiche industriali di Truman.

Nasce nel trentenne Colombo l’interesse per le vicende extraeuropee, che lo portano a studiare la lingua inglese, cosa ancora rara negli anni ’50. Inoltre, da cattolico (entra a far parte nell’Istituto secolare di Cristo Re) attento alle dinamiche della Chiesa considera con serietà le possibilità di servizio alla Comunità cristiana che l’attività diplomatica ad alti livelli poteva dare.

Colombo segue con serietà le riforme del Concilio Vaticano II e incarna la convinzione che «la libertà religiosa, è la prima libertà, che se negata inficia tutte le altre». Cruciale cartina tornasole di questo sforzo di politico di ispirazione cristiana, è da considerarsi la sua attività come ministro del Commercio estero nel primo Governo Rumor fra il 1968 e 1969. Colombo era già in parlamento da 10 anni e aveva dato prova di un consenso invidiabile nel suo collegio milanese, ma aveva pure riscosso il rispetto per la preparazione nelle tematiche di politica industriale e la sua posata autorevolezza nella corrente di Carlo Donat Cattin.
Nella lunga missione in Libia del 1968, non solo pone le basi per il rispetto degli interessi economici italiani, nonostante l’instabilità del Paese che presto entrerà nella lunga parabola gheddafiana, ma ha un occhio attento alla situazione delle comunità cristiane e si adopera contro le discriminazioni.

Il 16 marzo 1971, Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, gli propone di curare per la Dc il dossier cinese, in quanto la Repubblica Popolare di Mao era appena stata riconosciuta dal governo italiano dopo la parentesi di relazioni uniche con Taiwan. Colombo non è entusiasta dell’incarico. L’Italia in Cina era stata rappresentata da un piccolo gruppo di uomini di affare di area socialista che aveva fondato, su spinta del Presidente Nenni, un Camera di commercio italo-cinese con pochi risultati e non pochi debiti.

Colombo si consulta con due persone: da una parte La Pira, che aveva fatto di Firenze un crocevia di politica internazionale, che lo consiglia di accettare; dall’altra il fratello Giuseppe, sacerdote e teologo di fama, vicepreside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e molto stimato nella curia romana, che in più occasioni si serve della sua fama di docente anche per alcuni missioni diplomatiche, soprattutto Oltrecortina. I due fratelli condividono la stessa abitazione milanese e le testimonianze della sorella Ernestina confermano il loro impegno per ridisegnare le nuove frontiere dell’evangelizzazione, a partire proprio da quelle dell’Est. Così il 17 marzo Vittorino Colombo accetta l’incarico: la direzione della Camera di commercio viene affidata al fidato Giancarlo Bazzani; la vicinanza del governo si fa sentire con un contributo di 70 milioni di lire ordinato da Moro.

Prende così forma un’epoca determinante per i rapporti dell’Italia con la Cina della quale vale la pena di ricordarne due caratteristiche. La prima e l’attenzione al rapporto umano e amicale. Colombo cercò di affrontare le trattative diplomatiche con i leader cinesi, anche nei momenti più complessi della Rivoluzione Culturale (poco tenera con gli stranieri e tanto meno con i cattolici), con un’attenzione umana e una schiettezza che piacque. Ancora oggi Vittorino Colombo è ricordato dalla nomenklatura cinese come uno dei pochi politici occidentali degni di nota: i presidenti del Partito e della Repubblica lo definivano: “l’intimo amico della Cina” e “il più grande amico italiano della Cina”, tanto che incontrò ben due volte Zhou Enlai, due volte con Deng Xiaoping, con i Presidenti del Partito comunista cinese e tutti i presidenti delle più grandi aziende.

La seconda è nel prediligere la «diplomazia delle idee e della cultura» rispetto a quella degli interessi e del denaro. Anche se Colombo comprende appieno le future potenzialità della Cina e aiuta Fiat, Eni ed Edison a entrare nel Paese, capisce che è impossibile impostare relazioni solide senza una solida conoscenza reciproca, fatta di stima e comprensione. Proprio nel 1972, Colombo riesce a portare in Italia, approfittando di un tour in Romania e in Est Europa, la Compagnia dei Balletti di Pechino, che mostra una Cina complessa, ricca e inconsueta per gli Italiani.

Su impulso del religioso trentino don De Marchi, docente all’università di Trento, fonda la principale rivista di studi sinologici Mondo cinese e riscopre la figura del gesuita Matteo Ricci, profeta dell’inculturazione e considerato il più cinese degli italiani. Del gesuita ottiene che ne sia restaurata la tomba, devastata dal fanatismo ideologico e dall’odio antireligioso: glielo promette Zhou Enlai ed è Deng Xiaoping a metterlo in pratica. Fa inoltre riaprire la chiesa cattolica dell’Immacolata a Pechino, che era stata chiusa dalla Rivoluzione Culturale: è la prima chiesa della Cina cristiana a venir riaperta al pubblico.

Sullo sfondo di questa solida trama di relazioni, si staglia infine il ruolo che Papa Giovanni Paolo II gli affida nella delicatissima e in gran parte segreta diplomazia parallela fra Santa Sede e Cina, per la tutela dei cristiani e della “Chiesa clandestina”: non è un caso che la Segreteria di Stato del cardinale Casaroli prima, e del cardinale Sodano poi, considerino Colombo non solo un consigliere ma un vero e proprio “ambasciatore”.

Non solo la Cina, però, ma anche altri orizzonti dominano i pensieri del Senatore: lo si vede con chiarezza dopo il crollo del muro di Berlino. L’entusiasmo per la fine delle dittature comuniste dà vita a tante missioni di “diplomazia delle idee” con molti Paesi del blocco sovietico: la fondazione di molte Camera di Commercio, riunite nella Fed.cam.est, la Federazione della Camere di Commercio dell’Est, fra cui quella ucraina, polacca e kazaka ne è la diretta conseguenza.

Oggi, che corre il ventesimo anniversario della sua scomparsa, stupisce, come diceva il cardinale Martini «la sua figura di politico cristiano fedele e attento ai più deboli», che ha saputo guardare oltre la tutela dei soli interessi locali per aprire orizzonti più vasti, non disconoscendo la propria identità nel porsi al servizio dei suoi fratelli nel mondo.

Foto: Il presidente IEA Achille Colombo Clerici Con‎ da sin. Don Zhang, Gilberto Perego, Ambrogio Colombo, Gianpiero Cassio

Foto da sin  Don Zhang Gilberto Perego Achille Colombo Clerici Ambrogio Colombo Gianpiero Cassio

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