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Lezione alla Biblioteca Ambrosiana del professor Antonio Sartori

“LE PIETRE DEL MANZONI” PER CONOSCERE MEGLIO IL GRANDE SCRITTORE

Benito Sicchiero

Di un grande uomo si conoscono le gesta – buone o meno – attraverso le opere da lui lasciate e attraverso quanto tramandato di lui dagli storici.  Ma ci sono anche dimensioni, privata e pubblica, meno note che è interessante apprendere per altre vie. Le epigrafi, per esempio, che, come asseriva monsignor Giovanni Galbiati, indimenticato e grande prefetto dell’Ambrosiana nella prima metà del secolo scorso, si possono considerare come miniature della Storia, ma sempre Storia, avente talora sulla Storia vera il vantaggio, per la sua brevità e concisione, di una maggiore divulgazione e facilità di presentazione degli eventi, resi accessibili e quasi drammatizzati in una frase.

Il professor Antonio Sartori nella sua applaudita lezione “Le Pietre del Manzoni” nell’ambito dell’Anno Accademico dell’ Ambrosiana, ha raccolto le epigrafi del grande scrittore lombardo e italiano: del Duomo di Milano, di quello di Como, di monumenti, di tombe illustri. Non solo. Ci sono dediche, messaggi, oltremodo interessanti: a Teresa Confalonieri, cui attribuisce grandi meriti di patriota e di moglie; le epigrafi “effimere” come quella per le comunioni affissa al portale della chiesa di San Fedele; la dedica alla figlia in occasione del matrimonio scritta su una copia dei Promessi Sposi. E molto, molto altro.

In qualche caso però Sartori ne mette in dubbio l’autenticità. Per citare, l’epigrafe a Tommaso Grossi che si conclude con “il tuo A. Manzoni”: si firma così, si chiede lo studioso, con il cognome, il messaggio ad un vecchio amico?

Scritto su pietra! si usa dire per sostenere una verità inconfutabile. Invece gli scalpellini (oltre ai tipografi) si sono resi responsabili di errori grossolani: U al posto di V, Federico invece di Fedrigo, sacrifizi con una i finale invece che con due. Errori che comunque nulla tolgono al messaggio. Ma che testimoniano l’accuratezza con la quale Sartori ha cercato e documentato. Con talvolta grandi delusioni: come il cimitero di un paesino milanese che recava epigrafi del Manzoni, distrutte per il trasferimento del cimitero stesso.

Antonio Sartori, già docente di epigrafia latina presso l’Università degli Studi di Milano, è accademico Ambrosiano nella Classe di Studi Greci e Latini. Preceduto solamente da sporadici esempi antologici e da un pur prezioso repertorio sommario di mons. Carlo Marcora (Como 1980, ma approntato nel 1972), è autore del Catalogo “Loquentes Lapides-La raccolta epigrafica dell’Ambrosiana”, editore Bulzoni, riproposizione riveduta e ampliata del Catalogo già edito in Pinacoteca Ambrosiana (nella Collana Electa dei Museie Gallerie di Milano), Tomo V, Milano 2009. Nella quale, tuttavia esso risultava sottodimensionato, come è destino non raro per l’epigrafia classica nel mondo moderno, spesso appartata e sconsiderata.

Ma la raccolta epigrafica, che nei secoli si è congregata per varie vie nella sede e nel patrimonio della Biblioteca Pinacoteca Ambrosiana, merita di essere posta all’attenzione degli studiosi e non solo, più di quanto fu mai: testimonianza anch’essa, meno rutilante dei dipinti della Pinacoteca, meno preziosa dei codici manoscritti della Biblioteca, eppure insostituibile, benché talvolta sommessa, memoria lontana nel tempo (I-IV secolo d.C.) e nei luoghi (in buona parte di provenienza romana) di una comunità di cui fu espressione spontanea e diretta. Le schede epigrafiche comprendono alcuni contributi di Matteo Cadario, Marco Sannazaro, Fabrizio Slavazzi.

Commenta Achille Colombo Clerici presidente di IEA:
“Tra le iscrizioni lapidarie che riguardano Manzoni, una in particolare mi richiama alla mente due amici. Ad ogni fine di primavera, Vittore Ceretti ospitava nella sua casa di Morosolo gli amici, per la fioritura delle azalee e dei glicini. Era di maggio; ed il paesaggio sul Lago di Varese presentava i toni della tenuità e della trasparenza del cielo lombardo.  Per arrivare da Vittore si passava davanti alla casa di Urbano Aletti. Austero e romantico edificio che all’esterno presenta una lapide cementata nel muro di cinta il 29 giugno 1973 in occasione del centenario della morte di don Lissander.
La lapide reca l’iscrizione: “In questa villa della sua comitale famiglia Stefano Stampa dimorò, studiò, dipinse e nell’agosto 1847 accolse l’amato patrigno Alessandro Manzoni insonne d’ansie politiche sociali religiose la vigiglia del Quarantotto”.

Foto d’ archivio: Achille Colombo Clerici con mons. Franco Buzzi, prefetto della Ambrosiana

Colombo Clerici con Mons. Franco Buzzi 2

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Risanata una delle ultime ferite della guerra nel centro storico
Pria inaugura in via Torino a Milano il nuovo edificio da 100 milioni di euro

Colombo Clerici: “Una nuova tappa nel percorso di valorizzazione dell’antica “Strada degli Imperatori e dei Papi”

Benito Sicchiero

Dopo un’opera di riqualificazione durata tre anni da parte della società di investimento e sviluppo immobiliare Pria, inaugurato a Milano il nuovo palazzo di via Torino (angolo via della Palla-via Lupetta).

Nel progetto, firmato dall’architetto Paolo Asti con lo studio di ingegneria Bms Progetti, Pria è stata affiancata da un club deal tra 15 famiglie italiane mirato a valorizzare un’area del centro milanese, abbandonata da oltre 70 anni, che includeva un rudere del ‘700, ciò che restava dei bombardamenti aerei, e un parcheggio.

Il valore del nuovo edificio, 6 mila mq tra uffici, negozi, abitazioni e box, è stimato in oltre 100 milioni di euro.

L’attività commerciale (3.700 mq su quattro piani) sarà gestita dal gruppo Teddy, con l’apertura a giugno dei negozi monomarca Terranova e Calliope, con un contratto d’affitto di 18 anni.

I 2 mila mq a uffici al terzo e quarto piano invece sono stati ceduti al Comune di Milano quali standard urbanistici e opere di urbanizzazione.

I tre piani di garage sotterranei conterranno 90 box, mentre su via Lupetta sono previsti tre appartamenti da circa 100 mq ciascuno.

Sotto il controllo della Soprintendenza ai Monumenti, è stata conservata parte di muri, arcate e pavimentazioni dell’antico palazzo e ricreate le antiche corti.

“Siamo molto soddisfatti del risultato della riqualificazione di quest’area, sia per il valore architettonico dell’edificio coinvolto, sia per l’interesse che l’operazione ha suscitato tra gli investitori anche a livello internazionale – ha  commentato Andrea Haupt, presidente di Pria –

A marzo è stata definita la cessione della porzione commerciale a M&G Real Estate, il braccio di gestione dei fondi immobiliari di M&G Investments.

Da un’area abbandonata, abbiamo restituito alla città un immobile moderno e funzionale”

Accanto alle rituali, e giustificate, espressioni di compiacimento per la realizzazione dell’opera, interessanti amarcord sui non sempre facili rapporti con Comune e Soprintendenza (esempi, la realizzazione della piazzetta antistante l’edificio con i due Enti su posizioni contrapposte, i mesi di blocco dei lavori per il ritrovamento di uno scheletro).

Toni cordiali, ma precise contestazioni alla debordante burocrazia, incubo di ogni costruttore. Alle quali la vicesindaco e assessore all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris ha così ribattuto: “Le “colpe” sono attribuibili, sia al pubblico, sia al privato. Quando le due parti entrano sulla stessa lunghezza d’onda, le cose si fanno rapidamente. E’ questo il nostro caso, che mi vede particolarmente contenta perché è stata risanata una delle ultime ferite della guerra nel centro storico della nostra città”.

Soddisfatto il presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia Achille Colombo Clerici: “Via Torino ha una storia gloriosa. Ai tempi di Milano capitale dell’Impero romano d’occidente veniva percorsa dagli imperatori per raggiungere il palazzo imperiale, il circo, le terme, il teatro; e nei secoli successivi dai Papi in visita a Milano.
Tra l’altro è il percorso che tradizionalmente viene compiuto dal corteo che accompagna l’ingresso di ogni nuovo vescovo a Milano.

Investitori privati e amministrazione comunale hanno compiuto una nuova tappa per la sua valorizzazione.”

Foto archivio: Achille Colombo Clerici con Ada Lucia De Cesaris

Colombo Clerici con Ada Lucia De Cesaris 2

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Tutta la Verità sulla ripresa. Il Giorno QN del 23 maggio 2015 – Achille Colombo Clerici

Alcune settimane fa abbiamo parlato della fiducia delle imprese nella ripresa economica, già a partire dal 2015.

Ripresa che sarebbe in atto, secondo la comunicazione proveniente dal Governo e, soprattutto, secondo i dati Istat e della Borsa che segna un + 20% da inizio anno. Non vede la ripresa invece la maggior parte degli italiani, almeno secondo la ricerca effettuata da Eumetra: il 57% ritiene che di qui ad un anno l’economia subirà un peggioramento o che, comunque, “rimarrà negativa come ora” (un anno fa però i pessimisti erano il 73%).

Particolarmente scettici i più anziani (ma pure tra i giovani la maggioranza è pessimista), i residenti al Sud e i ceti socialmente più marginali: disoccupati, casalinghe, pensionati. Dal punto di vista dell’orientamento politico, i votanti per il Pd sono fortemente (74%) ottimisti sul futuro, quelli degli altri partiti assumono la posizione opposta.

Se dalle previsioni sulla situazione economica complessiva del Paese si passa a quelli sulla propria situazione personale, il quadro si fa lievemente meno fosco. La maggioranza relativa (49%) appare comunque negativa sul futuro. Ma la quota di chi intravvede un miglioramento della condizione propria e della propria famiglia è lievemente maggiore (46%) di quella che prevede un’analoga prospettiva per il Paese nel suo insieme. Si tratta di un fenomeno noto: da sempre, gli italiani tendono ad esprimere un atteggiamento più positivo sulla propria condizione economica (“io comunque me la cavo”) rispetto a quella dell’Italia nel suo complesso.

Occorre sottolineare che l’atteggiamento dei cittadini verso il futuro dell’economia costituisce un fattore essenziale per la ripresa. Un orientamento positivo, infatti, stimola i consumi interni, la cui caduta è stata negli ultimi anni il problema principale del Paese. Invece (dati Banca d’Italia) da dieci anni in Lombardia – da sempre al primo posto dell’economia italiana e punto di riferimento della sua evoluzione – i depositi bancari aumentano, gli impieghi diminuiscono. Confermando che, almeno fino ad oggi, si accumula il fieno in cascina perché non c’è il bestiame, metafora dell’economia, a consumarlo.

Achille Colombo Clerici Venezia 2

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TORNARE ALLA FISCALITA’ PREVISTA DALLA LEGGE SUL FEDERALISMO FISCALE PER FAR RIPARTIRE LA LOCAZIONE E LE VENDITE DI IMMOBILI

Uno studio Sidief (Bankitalia) indica il potenziale sviluppo del settore. Se …

Secondo Sidief – la società di gestione del patrimonio immobiliare residenziale di Bankitalia – il mercato della locazione privata in Italia è oggetto di una profonda trasformazione a causa della crisi che dura da sette anni, della disoccupazione, di cambiamenti culturali rispetto alla abitazione, soprattutto da parte dei giovani.

Ci sono importanti nodi da sciogliere per rendere l’investimento nel “settore del residenziale a reddito” più interessante per gli investitori, privati o istituzionali che siano. Innanzitutto l’imposizione fiscale che ha ridotto i rendimenti, ma anche l’incertezza sul suo evolversi, a causa di un quadro normativo incerto senza dire della farraginosità delle procedure urbanistiche.

Una incertezza che frena gli investitori, che pure sono interessati al settore residenziale.

In Europa il rendimento degli affitti si aggira attorno al 2-3% lordo, quello che cambia è la tassazione delle società di gestione della proprietà. Assimilare, da un punto di vista fiscale, l’investimento in un alloggio da locare all’investimento nelle “seconde case” al mare o ai monti, è un controsenso.

In Italia quindi il segmento resta marginale a differenza degli altri Paesi all’avanguardia in Europa. Da noi l’affitto rappresenta quasi sempre una soluzione di ripiego per chi una casa non se la può comprare (giovani dall’incerto reddito, immigrati ed altre categorie deboli) con gli inevitabili inconvenienti legati alla solvibilità degli inquilini.

Resta comunque il fatto che soprattutto nelle città maggiori, dove più rilevante è la locazione, si registra uno spostamento di interesse verso l’affitto, confermato da una maggiore tenuta dei canoni rispetto ai prezzi. A far crescere la domanda di case in affitto è anche il cambiamento della struttura sociale (molti nuclei sono composti da una-due persone), la modifica del mercato del lavoro (ci si trasferisce di più per trovare occupazione e quindi non si può restare legati all’alloggio di proprietà), si preferisce restare liberi dall’impegno del mutuo per l’incertezza del futuro.

Lo studio Sidief suggerisce una normativa più trasparente che renda il segmento affitti più affidabile e trasparente, un’attenzione a calmierare in alcuni casi i canoni e un’accelerazione della valorizzazione immobiliare del pubblico e del privato oggi eccessivamente lunga. Le politiche abitative, spesso intese come risposta all’emergenza delle fasce sociali più disagiate, rappresentano in un’ottica europea anche un supporto alla competitività e coesione del Paese.

L’affitto va inteso non come un’area del mercato immobiliare residuale, ma come un settore di interesse per la generalità delle famiglie. E di interesse anche per i capitali che investono nel mattone.

Nell’Europa che solitamente usiamo definire avanzata, la locazione di mercato o privata rappresenta infatti un pilastro fondamentale delle politiche della casa.

Prendiamo quale esempio la Germania (ma potremmo citare anche Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Austria, Svizzera, Paesi scandinavi eccetera): qui c’è il più basso tasso di proprietari dell’Unione Europea, circa il 42% dell’intero stock abitativo, di poco superiore a quello degli inquilini (40%). In questo quadro il settore privato dell’affitto serve quindi ampi strati della società tedesca. La formula è in sostanza una combinazione tra protezione degli inquilini (contratto e controllo degli affitti) ed ampi incentivi fiscali per le nuove costruzioni di alloggi in locazione.

Intervistato a Venezia a margine dei Seminars dell’Aspen Institute, ai quali sta partecipando, il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici così commenta: “La locazione è oggi più conveniente dell’acquisto, perché, a parità di “costo” economico,  consente migliori e più funzionali condizioni abitative.

Inoltre, crollo dei prezzi e mutui bassi non bastano a far ripartire gli acquisti di immobili. Per ottenere questo effetto occorre alleggerire il carico fiscale sulla locazione, come abbiamo sempre sostenuto.

Ben venga dunque la presa di posizione della società di gestione immobiliare della Banca d’Italia.

Perché, in un quadro prospettico improntato all’incertezza, qual è quello attuale, generato dall’escalation fiscale del settore e dalla riforma del catasto in atto, questa via è l’unico modo di riportare l’investimento immobiliare a reddito in un ambito di competitività economica, rispetto ad altre forme di investimento, ed al tempo stesso rappresenta un segnale concreto di cambio di rotta, da parte del Governo, così da rigenerare fiducia e quindi innescare la ripresa del mercato.

Un riferimento concreto esiste: occorre ritornare alla situazione fiscale quale era quella prevista dalla legge sul federalismo fiscale prima delle modifiche apportate dal governo nel dicembre del 2011.

Quella legge era frutto di un lungo, approfondito e ben calibrato studio degli impatti economici e sociali delle normative di riforma che si andavano varando.

Ed è stata cassata con un sol “tratto di decreto legge”.

In altre parole, si dovrebbe:

-dimezzare il prelievo IMU per tutti gli immobili  locati,

-ripristinare la deduzione forfetaria, nella misura almeno del 15 % dal canone di locazione, delle spese di gestione dell’immobile, trattandosi di spese afferenti la produzione del reddito.

– eliminare i coefficienti moltiplicatori delle rendite catastali ai fini fiscali che, invece di eliminare le sperequazioni esistenti, le accentuano.

Inoltre, se si parla di local tax, si dovrebbe aver presente che questa andrebbe rapportata ai servizi comunali effettivamente goduti dai contribuenti e dovrebbe porsi a carico dei fruitori diretti di questi servizi, come avviene all’estero ad esempio in Inghilterra con la Council tax. E non viceversa venir usata come patrimoniale sugli immobili. “

Achille Colombo Clerici Venezia

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Il ritratto, attribuito a Leonardo da Vinci, in mostra alla Villa Reale di Monza

LA BELLA PRINCIPESSA PERDUTA E RITROVATA

di Benito Sicchiero

In principio c’era uno splendido ritratto femminile di profilo di centimetri 33×29,2 realizzato a inchiostro, matite colorate e biacca su pergamena con supporto ligneo, acquistato nel 1998 da un collezionista, Peter Silverman, per 21.000 dollari in contanti, da un antiquario di New York e attribuito allora ad uno sconosciuto artista tedesco del 1800. Ma ricerche successive hanno portato numerosi esperti a identificare nel vero autore nientemeno che Leonardo da Vinci e nel personaggio ritratto Bianca Sforza, figlia illegittima poi riconosciuta dal Moro, mecenate di Leonardo.

Da ieri e fino al 30 settembre la “Bella Principessa” – questo il titolo dell’opera – viene ammirata negli appartamenti di Umberto I e della regina Margherita nella quasi completamente restaurata Villa Reale di Monza. A salutarne l’arrivo la musica malinconica suonata nelle corti del Quattrocento e del Cinquecento, le autorità – dal presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni al sindaco Roberto Scanagatti – e un selezionato pubblico di invitati, tra i quali il presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia Achille Colombo Clerici.

Se il ritratto parla al cuore del visitatore, “la storia della sua riscoperta – ha detto nella presentazione Vittorio Sgarbi, ambasciatore per Expo delle Belle Arti – è più appassionante di un romanzo, come spesso capita alle cose preziose”.  E la racconta, supportato dal grande esperto di Leonardo Martin Kemp, in diretta video, e dagli studiosi Mina Gregori, Cristina Geddo, Elisabetta Gnignera. Le loro convinzioni, unite ad un ampio materiale iconografico, sono contenute nel catalogo dell’esposizione edito da Scripta Manent, direttore Federico Ferrari.

L’opera era stata asportata dal volume conosciuto come “La Sforziade”, imponente poema dell’umanista Giovanni Simonetta per celebrare le gesta del suo signore Francesco Sforza, conservato nella Biblioteca nazionale polacca di Varsavia. Pubblicato a Milano da Antonio Zarotto nel 1490, l’incunabolo (titolo originario “Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae”) era stato scritto originariamente in latino con una versione italiana ordinata poi dal secondogenito Ludovico. L’esemplare di Varsavia era stato realizzato per il matrimonio di Bianca, la “Bella Principessa” appunto.

Secondo una versione, “La Sforziade” finì nelle mani di Luigi XII di Francia fino al 1518 quando il successore Francesco I ne fece dono a Sigismondo I di Polonia per le sue nozze con la figlia di Gian Galeazzo, Bona Sforza. Nel primo quaderno di 4 fogli – spiega ancora Sgarbi – manca un foglio intero, quattro pagine. Usando i fori della cucitura come una guida si possono far combaciare la pergamena del ritratto con quella del quaderno. Dopo un oblio di secoli e le recenti vicende, il ritratto viene preso in esame da Kemp che ne sospetta subito l’autore, il Genio.

“Sicuramente l’opera è autentica – conclude Sgarbi – .Se non è di Leonardo, vuol dire che in quegli anni a Milano c’era un artista che era meglio di lui”.

Per tornare alla cronaca di questo periodo Expo, a Vittorio Sgarbi va riconosciuto il merito di avere allargato il perimetro culturale dell’evento a Milano e all’intera Lombardia trasformando in poli espositivi palazzi, chiese, musei.

Foto archivio: Achille Colombo Clerici con Vittorio Sgarbi

Achille Colombo Clerici con Vittorio Sgarbi

 

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All’Archivio di Stato di Milano, inaugurata la mostra con al centro il contratto della Vergine delle Rocce
“QUEL MILANESE DI LEONARDO ”

di Benito Sicchiero

Il mondo avrebbe avuto il Genio se Leonardo – anzi Lionardo, secondo l’unica firma a tutt’oggi conosciuta pervenuta sino a noi – non fosse approdato a Milano (su raccomandazione del padre notaio a Ludovico il Moro), una delle capitali d’Europa così come lo è oggi, non solo per via di Expo?

La domanda, intrigante, nasce dalla presentazione di Philippe Daverio della mostra “Io Lionardo da Vinci…” all’Archivio di Stato di Milano.

Secondo l’eclettico critico d’arte e docente fu proprio Milano che, in piena trasformazione si apriva al Rinascimento, a consentirgli di sperimentare tecniche nuove in ogni campo, pittura compresa.

Esempio il Cenacolo dove non c’è traccia di prospettiva, che Leonardo cominciò a rifiutare sin dal suo apprendistato nella bottega del Verrocchio.

Non sarebbe stato concesso alla sua mentalità aristotelica, soppiantata a Roma e a Firenze dal neoplatonismo, di esprimersi senza vincoli.
Nella città dell’innovazione – allora come oggi – l’artista, considerato altrove operoso artigiano agli ordini degli intellettuali (Firenze) e dei Papi (Roma), assunse il rango di uomo di cultura.

Nelle sale restaurate e affrescate della ex Sovrintendenza Archivistica per la Lombardia, strapiene di invitati, il direttore Daniela Ferrari ha spiegato l’iniziativa decisa in occasione di Expo, assieme al direttore vicario Alba Osimo che con il precedente direttore Paola Caroli (oggi in pensione) ne è stata l’anima. Tra i patrocinatori, Assoedilizia, l’associazione Amici di Milano, l’Istituto Europa-Asia, rappresentati dal presidente Achille Colombo Clerici, la Società Storica Lombarda, con Stefano Alberti de Mazzeri, Asages-Associazione Archivi Gentilizi e Storici, presieduta da Manfredi Landi di Chiavenna, Dimore Storiche Lombardia, con Camillo Paveri Fontana e un comitato di famiglie milanesi.

Gioiello della mostra il contratto per la realizzazione della celebre Vergine delle Rocce che Leonardo firmò il 25 aprile 1483 davanti al notaio Antonio de Capitani assieme ai committenti, i fratelli Evangelista e Giovanni Ambrogio De Predis.  «Io, Lionardo da Vinci, in qualità di testimone, come sopra sotto scrivo…» In questo eccezionale documento emerge l’unicità: la firma, appunto, la sola al mondo – a quanto risulta – in cui l’autore della Gioconda (conosciuta all’estero come Monna Lisa) indica se stesso.

Sul tema – ricorda Stefano Alberti De Mazzeri, va citato lo studio di Gerolamo Biscaro, socio della Società Storica Lombarda, pubblicato nel 1910 sull’archivio Storico Lombardo nel quale è citato il documento originale con la firma di Leonardo “Commissione della Vergine delle Roccie a Leonardo da Vinci”. E’ un altro esempio che conferma la costante attenzione nei confronti degli studi su Milano e la sua storia da parte della Società Storica Lombarda.

Foto:

– Philippe Daverio con Achille Colombo Clerici
– Daniela Ferrari con Colombo Clerici
– da dx Giuseppe Cavajoni Achille Colombo Clerici e Philippe Daverio
– Antonio Pennino con Colombo Clerici

Philippe Daverio con Achille Colombo Clerici

Daniela Ferrari con Achille Colombo Clerici

Philippe Daverio, Achille Colombo Clerici, Giuseppe Cavajoni

Antonio Pennino, Achille Colombo Clerici

 

di ACHILLE COLOMBO CLERICI*

FIGLI DI UN’EUROPA MINORE

L’ITALIA, assieme a Francia e Germania, è contribuente netto verso l’Unione Europea per un ammontare di circa 5 miliardi all’anno.

Significa che il nostro Paese versa ogni anno all’Europa cinque miliardi in più di quanti ne riceva per contributi e cofinanziamenti.

Negli ultimi anni ha cumulato circa 30 miliardi di disavanzo a sfavore.

Tra le cause si pone il sistema premiale-punitivo che regola i rapporti tra Unione Europea e Stati membri in materia, ad esempio, di agricoltura e di opere infrastrutturali e produttive.

Tale sistema è basato sul principio che chi non riesce a presentare progetti validi viene penalizzato, non riuscendo quindi a usufruire dei finanziamenti europei.

Questo criterio ci danneggia particolarmente.

Non già perché siamo più incapaci degli altri di fare i progetti, ma perché da noi è più complicato farli. Per due ordini di ragioni: uno fisico, morfologica-territoriale, e l’altro culturale.

Giacché il nostro Paese presenta un rapporto insediamenti/territorio molto più elevato della media europea, e quindi la realizzazione di grandi infrastrutture si scontra con il congestionamento dei carichi insediativi sul territorio, e sul piano culturale è tutto innervato di ideologie.

Tutto ciò sfavorisce la realizzazione di qualsiasi tipo di intervento. Ma il nostro “credito” verso l’Unione Europea poggia anche su altri fattori. La localizzazione delle sedi di organi, enti, agenzie europee è elemento di prestigio e insieme economico per le ricadete sul territorio che ne derivano.
Possiamo dire che per l’Italia, quarto Paese dei 28 dell’Ue, l’esito conferma il nostro sottodimensionamento.
Basta guardare la distribuzione di sedi uffici, commissioni, dislocati ovunque tranne che in Italia. In parecchi casi queste sedi, sul piano delle ricadute economiche sul territorio, rappresentano, per le rispettive città, altrettante Expo permanenti.

*Presidente dl Assoedilizia

Scheda:

– Bruxelles (Cons. Ministri, Commissione, Parlamento)
– Lussemburgo (Cons. Ministri, Corte Giustizia, Parlamento, Corte Conti, BEI)
– Strasburgo (Parlamento)
– Francoforte  (Istituto Monetario Europeo)
– Dublino (Condizioni vita e lavoro)
– Copenaghen (Ambiente)
– Londra (Farmaci)
– Alicante (Armonizzazione moneta europea)
– Lisbona (Tossicodipendenze)
– Bilbao (Sicurezza e salute sul lavoro)
– Lussemburgo (sistemi di traduzione ufficiale)
– Italia, Torino (formazione professionale condivisa con Berlino e Tessalonica)
– Parma (sicurezza alimentare)

Foto archivio: da sin. Giangaleazzo Biazzi Vergani, Achille Colombo Clerici, Rosario Alessandrello

Giangaleazzo Biazzi Vergani, Achille Colombo Clerici, Rosario Alessandrello

 

 

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La mostra si inaugura il 18 maggio all’Archivio di Stato di Milano

L’UNICA FIRMA DI “LIONARDO DA VINCI” CON ALTRI ECCEZIONALI DOCUMENTI

Colombo Clerici: “E’ il “milanese” che più di altri nel mondo vuol dire Italia”

In occasione di Expo l’Archivio di Stato di Milano, organo istituzionale del Ministero per i Beni Culturali, ripropone una delle più preziose, più fragili, più emozionanti memorie del passato: la firma di Leonardo, l’unica a tutt’oggi conosciuta pervenuta sino a noi.

Lunedì 18 maggio 2015, alle 12, nella sede dell’Archivio di Stato, via Senato 10, Milano, il direttore Daniela Ferrari illustra alla stampa l’iniziativa, la cui inaugurazione avviene alle ore 18,30 dello stesso giorno nelle sale restaurate e affrescate della ex Sovrintendenza Archivistica per la Lombardia, con la presentazione di Philippe Daverio. La curatela della mostra è affidata al direttore vicario Alba Osimo che con il precedente direttore Paola Caroli (oggi in pensione) è stata l’anima dell’iniziativa. Tra i patrocinatori, Assoedilizia, l’Associazione Amici di Milano, l’Istituto Europa Asia, la Società Storica Lombarda con Stefano Alberti De Mazzeri, Asages-Associazione Archivi Gentilizi e Storici con Manfredi Landi di Chiavenna, Dimore Storiche Lombardia con Camillo Paveri Fontana e un comitato di famiglie milanesi.

Gioiello della mostra il contratto per la realizzazione della celebre Vergine delle Rocce che Leonardo firmò il 25 aprile 1483 davanti al notaio assieme ai committenti, i fratelli Evangelista e Giovanni Ambrogio De Predis.  «Io, Lionardo da Vinci, in qualità di testimone, come sopra sotto scrivo…» In questo eccezionale documento emerge l’unicità: la firma, appunto, la sola al mondo – a quanto risulta – in cui l’autore della Gioconda (conosciuta all’estero come Monna Lisa) indica se stesso.

Nel documento sono descritti minuziosamente tempi e modalità di esecuzione dell’opera, compresi gli abiti dei personaggi e i colori. Il compenso fu di 800 lire, all’incirca 136mila euro di oggi.

Dai 40 chilometri di documentazione attualmente custoditi nell’archivio di via Senato è stato scelto il fior fiore da presentare al pubblico: la nota sugli ingegneri e gli architetti ducali in cui si fanno i nomi di Leonardo e di Bramante, il privilegio che lo Sforza concesse a Santa Maria delle Grazie, un documento che racconta la Milano di allora, la lettera che il duca inviò all’”esattore” di  corte, Marchesino Stanga, un elenco di cantieri aperti in città, che contiene pure un sollecito a Leonardo a completare il Cenacolo. E ancora un codice persiano del ‘600, i contratti di matrimonio ebraici ed altri tesori.
Un patrimonio che è doveroso far conoscere ai   turisti che giungono a Milano per Expo e che rappresenta uno stimolo a visitare l’Italia e ad apprezzarne e rispettarne l’ineguagliabile civiltà.

Commenta Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia e di Amici di Milano: “Anche se nato in Toscana e morto in Francia, Leonardo può essere definito milanese; se è vero, come è vero, che dove nascere non si può decidere, ma dove vivere sì. Qui ha vissuto a lungo e ha realizzato quasi tutte le sue opere più importanti. Leonardo è l’italiano che all’estero meglio rappresenta il nostro Paese, come risulta da una ricerca dell’Istituto Europa-Asia.

Una figura su cui puntare per promuovere l’Italia nel mondo”.

Già gli americani acquisirono un suo importante Codice perché il Comune non aveva allora il denaro per comperarlo. Leonardesco è il disegno del cavallo in bronzo davanti all’Ippodromo e l’Ambrosiana ha nel «fondo» la Raccolta vinciana donata dall’architetto Luca Beltrami che tanto si adoperò per questa città.

Il Museo di scienze naturali Leonardo da Vinci contiene un gran numero di disegni, scritti e modelli degli studi architettonici e ingegneristici del Genio. Negli Orti di corso Magenta   Leonardo aveva bottega. Universalmente noti i suoi studi e la messa in opera di macchine da guerra per la difesa di Milano insieme a strutture pirotecniche e giochi d’acqua per fare divertire gli ospiti alla Corte di Ludovico il Moro. Tra le perle, «La Dama dell’ermellino», olio su tavola donato a Cecilia Gallerani, amica e amante del Duca che le era affezionato al punto da regalarle Palazzo Carminati ora sede della Consob.

Assoedilizia e le associazioni culturali ad essa collegate ricordano alcuni particolari luoghi leonardiani in Lombardia: le Limonaie (8 km) di Gargnano, sul lago di Garda;  la “Ghiacciaia” di Montorfano, borgo del Comasco sulle rive del lago omonimo. Ghiaccio e limoni, ai tempi di Leonardo, erano fondamentali per curare malattie (febbre alta) oppure per prevenirle (scorbuto, carenza di vitamina C). Milano, ai tempi, era all’avanguardia in Europa per scienza medica, basti pensare all’ospedale Cà Granda. Infine la “Fiamberta” alla Certosa di Pavia, che domina come uno degli ultimi esempi di campagna storica milanese, sul Naviglio.

Foto d’archivio da destra: Stefano Alberti De Mazzeri, Achille Colombo Clerici, Carlo Radice Fossati

Stefano Alberti de Mazzeri, Achille Colombo Clerici, Carlo Radice Fossati

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Successo dello spettacolo musicale per Expo ideato dal Cardinale Gianfranco Ravasi e realizzato da Marcello Panni

APOKALYPSIS, MESSAGGIO DI SPERANZA E DI RISCATTO IN TEMPI DI CRISI

Successo di “Apokalypsis”, concerto straordinario per Expo tenuto in uno dei massimi templi di Milano, la chiesa di San Marco.

Successo dovuto a una serie di fattori che si sono ottimamente integrati: il progetto del Cardinale Gianfranco Ravasi, autore inoltre del commento durante la rappresentazione; la realizzazione di Marcello Panni (autore di libretto e musica); la bravura dei concertisti e dei coristi de “La Verdi”; l’alto livello degli spettatori-ospiti; l’organizzazione di Anna Bartorelli Rocco coadiuvata dal marito Franco.
Ospitante mons. Luigi Testore.

Lo spettacolo musicale è un oratorio in sette quadri e due parti per due voci recitanti – Elio De Capitani e Chiara Muti -, coro sinfonico di Milano Giuseppe Verdi e coro di voci bianche de “La Verdi” – maestri Maria Teresa Tramontin ed Erina Gambarini -, orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi di strumenti a fiato e percussioni diretta da Marcello Panni.

Tra gli invitati, Riccardo Muti, Uto Ughi, Carla Fracci, Gianni Letta, l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo del Corno, il presidente della Fondazione Orchestra Giuseppe Verdi Gianni Cervetti, il presidente di Assoedilizia e dell’Istituto Europa Asia Achille Colombo Clerici.

La rappresentazione si è ispirata all’Apocalisse “il più misterioso libro della Bibbia del quale costituisce una gigantesca e coinvolgente visione sonora”.

Le parole di San Giovanni scritte molti secoli or sono, trovano oggi un’incredibile attualità: “dallo sconvolgimento climatico, alla dilagante violenza degli uomini e dei regimi, dalle carestie alle nuove epidemie”.

Ed ha voluto essere non solo un momento di valore culturale e musicale, ma più esplicitamente sociale.
L’opera, le parole e l’evento sollecitano un senso di riscatto che, sebbene talora sottotraccia, alimenta l’agire degli uomini e delle donne di buona volontà, a maggior ragione nei momenti di crisi.
 L’ascolto di Apokalypsis esprime il desiderio di aprire il cuore di tanti ad una speranza che nei tempi correnti sembra divenire sempre più tenue.
 L’antica sapienza dell’Apostolo che “vede” alla fine di una visione tormentata il trionfo della Gerusalemme celeste, deve essere ripetuta a molti che, la ragione, l’hanno persa.

La Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi è stata istituita nell’Aprile 2002 con lo scopo di promuovere, favorire e sostenere l’attività dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi e del Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi.

La Fondazione prosegue l’opera svolta dall’Associazione Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi costituitasi il 12 ottobre 1992 per sostenere economicamente l’attività dell’Orchestra.

Foto Archivio: Il Card. Gianfranco Ravasi con il presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici

Achille Colombo Clerici con Gianfranco Ravasi

 

A s s o e d i l i z i a
Property Owners’ Association Italy
e
Istituto Europa asia
ISTEURASIA

 

Informazione

Mostra a Milano
“LA NATURA DI ALIK CAVALIERE CIBO PER L’ARTE”

Il Centro Artistico Alik Cavaliere di Milano, con il patrocinio di EXPO 2015 e del Ministero dei Beni culturali, ha organizzato una Mostra di sculture, curata da Francesco Tedeschi, sull’originalissimo rapporto tra le opere di Alik e la “natura germinante”, con i suoi frutti visibili e metaforici.

Durante il periodo della esposizione vi saranno incontri ed eventi.Inaugurazione mercoledì 13 maggio, ingresso libero. 
Apertura: 13 maggio-14 ottobre 2015, ore 17- 21.30, (chiuso lun. e mar.).

La mostra vuole ricordare la presenza e l’opera di Alik Cavaliere a Milano, la città dove lo scultore ha avuto le sue radici fin dai tempi della sua frequentazione di Brera, della condivisione dei primi passi del lavoro artistico con amici come Dario Fo, suo compagno di studi e di invenzioni, e della sua collaborazione al film di Vittorio De Sica Miracolo a Milano; il luogo dove la sua opera è cresciuta e maturata, negli anni fervidi e fecondi della seconda metà del Novecento, in cui è stato a lungo docente di scultura all’Accademia di Brera, titolare della prestigiosa cattedra che fu di Marino Marini.

La mostra si tiene nello splendido contesto di quello che è stato l’ultimo studio di Cavaliere, un magico giardino situato nel cuore della Milano romana e medievale, che occupa il braccio duecentesco di un grande convento ristrutturato nel XVI secolo, e presenta un’attenta riflessione su quello che è stato uno dei percorsi artistici tra i più significativi della scultura del secondo Novecento, permettendo una rilettura originale e proficua, sul piano della rielaborazione simbolica e culturale, dei temi di EXPO: cibo, energia, agricoltura sostenibile, integrazione tra uomo e natura, tra l’essere umano e il pianeta Terra.

Foto archivio: Il pres. di IEA  IstEurasia Achille Colombo Clerici con Pierluigi Mantini, Fania Cavaliere Mantini e Adriana Cavaliere

Achille Colombo Clerici con Pierluigi Mantini, Fania Cavaliere Mantini e Adriana Cavaliere