Genova, 21 agosto 2009

 Novembre 2004. Manifestazioni nell’ambito dell’anno di “Genova Capitale Mondiale della cultura”.
Incontro con la letteratura e la poesia organizzato da Carige presso il salone d’onore della Borsa di Genova.
Incontriamo quattro, forse i più grandi, poeti viventi: Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, il poeta siriano di lingua francese Adonis e Fernanda Pivano. Presenta, da par suo,il tema della poesia e recita alcuni versi Giorgio Albertazzi.
Estasiato il pubblico: una settantina di invitati.
Fernanda Pivano, schiva, ricorda la sua vita,l’attaccamento al suo luogo d’adozione, questo Genovesato del Levante, terra di poeti e di poesia e piange mentre dice.
Una prova di amore, di passione per il suo Tigullio e per la poesia che ispira.
Oggi ci inchiniamo di fronte a questo amore assoluto, faro di tutta la sua vita. 

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L’ex Presidente della Repubblica sen.Francesco Cossiga,dalle pagine di Libero, oggi interviene   sulla questione della esenzione ICI e dell’8 per mille.

Osserviamo: la spiritualità religiosa è una componente fondamentale della natura umana, e quindi una faccia dell’essere umano, al pari della fisicità e della ragione.

E dunque, come lo Stato finanzia, per le relative attività, le organizzazioni  sportive, ricreative, culturali, assistenziali, sanitarie, cosi pure deve finanziare le confessioni religiose e deve sostenerne l’attività.

Il che avviene pacificamente, ed in modo anche più rilevante,  in paesi occidentali di alta tradizione democratica, quali la Germania, gli USA, la Gran Bretagna.

In particolare, in merito alle polemiche sulle esenzioni ICI riguardanti gli immobili degli enti ecclesiastici, possiamo considerare:

1- Il discorso, anzitutto, riguarda, non solo la confessione cattolica, ma indistintamente i beni e le attività di tutte le confessioni convenzionate con lo Stato italiano.

La particolare posizione della Chiesa Cattolica in Italia non dipende certo da contingenze o da fattori politici, ma discende da ragioni storiche.

L’attacco quindi che subisce la Chiesa sulla questione dell’ICI è un attacco portato a tutte le Confessioni religiose.

2- Lo Stato riconosce che l’attività religiosa e di culto è di interesse collettivo e generale, cioè pubblico, al pari dell’istruzione, della tutela militare, della tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico, della garanzia giurisdizionale e via dicendo. Chi esercita tale attività svolge un servizio pubblico. Perciò, come nessuno si meraviglia se lo Stato non paga le imposte sulle mense e sui circoli ricreativi e sportivi militari, giudiziari, ove esistono, scolastici e via dicendo, così nessuno si meraviglierebbe se lo Stato, gestendo oratori, campi sportivi e ricreativi, mense e refettori, case di accoglienza religiosi non pagasse le imposte su tali attività e strutture.

3- Ma lo Stato non esercita direttamente l’attività religiosa e di culto, né delega il suo esercizio alle diverse confessioni. Esso riconosce che l’attività stessa, esercitata dalle diverse confessioni, secondo i propri fini istituzionali e secondo le regole proprie di ciascuna di esse, vada per ciò stesso considerata attività di interesse collettivo.
 Ogni confessione esercita dunque, in via autonoma ed insindacabile da parte dello Stato, la funzione di culto e di religione;

 4- La Chiesa ha previsto istituzionalmente una distinzione fra attività principali ed attività complementari di religione. Fra le prime la celebrazione del culto, i riti e le liturgie, la catechesi, la missionarietà, la vita e l’organizzazione del clero, l’educazione religiosa: fra le altre le attività ricreative, culturali, didattiche, ricettive, caritative, assistenziali e quant’altro la Chiesa ritiene utile alla sua missione. Conseguentemente tutte le strutture e le attrezzature in cui viene svolta, secondo i fini istituzionali detti, un’attività sia principale, sia complementare di religione e di culto,sono da ritenersi equiparate, sul piano della loro diretta destinazione alla funzione pubblica cui assolve la Chiesa.

 5- Diversamente, la Chiesa stessa riconosce che una serie di beni (i cosiddetti strumentali) non hanno una finalizzazione diretta ai compiti della Istituzione; ma producono puramente un reddito. Il reddito viene dunque assoggettato a tassazione, cosi come il bene, se immobile, è soggetto a ICI.

 6- Coerentemente per l’applicazione della esenzione ICI agli immobili degli enti religiosi devono ricorrere due requisiti: il primo soggettivo riguardante la natura dell’ente che esercita l’attività; si deve trattare di enti aventi finalità di religione e di culto. L’altro oggettivo nel senso che l’immobile deve essere destinato ad ospitare una attività connessa alla finalità religiosa.

 Le ricorrenti polemiche sull’ICI relativa ai beni della Chiesa non trovano spiegazione, dunque, sul piano giuridico; ma piuttosto con la pretesa di affermare una concezione laicista dello Stato, basata sull’assunto che esso non debba riconoscere la componente spirituale come parte integrante della persona umana della quale occuparsi e da porre  nella propria sfera di interesse (al pari della salute, della integrità ed incolumità fisiche, della istruzione e della cultura, della sfera affettiva, relazionale lavorativa; aspetti tutti,dei quali lo Stato si occupa direttamente,a pieno titolo).

  L ’art. 7 del D. Lgs. 504/92, dunque, elenca tassativamente le attività che possono fruire dell’esenzione ICI :
1- attività assistenziali;
2- attività previdenziali;
3- attività sanitarie;
4- attività didattiche;
5- attività ricettive;
6- attività culturali;
7- attività ricreative;
8- attività sportive;
9- attività di religione e di culto.

Mi sembra in conclusione che il legislatore italiano conosca bene i termini della questione, e ,con questa norma, non dia alla questione stessa una risposta, né emotiva, né superficiale. 

 Achille Colombo Clerici

Dichiarazione del presidente di Assoedilizia e vice presidente di Confedilizia Achille Colombo Clerici:

 “Salutiamo l’ultimazione al rustico dell’Altra Sede della Regione Lombardia,  con una struttura verticale che raggiunge i 156 metri, oltre che come opera architettonica e funzionale che potrà dare grande lustro e slancio alla nostra Città ed all’intera Regione, come una importante conquista culturale dell’intero Paese.

 Per troppi anni siamo rimasti prigionieri di un pensiero dominante che ha tolto al grattacielo dignità e spazio culturale, come struttura urbana e sociale degna di essere presente nelle nostre Città .

Varie le motivazioni: da una generica prevenzione nei confronti di tutto ciò che non rientrasse nella tradizione architettonica della nostra storia, a vaghe ragioni di preminenza della monumentalità classica, sul nuovo prodotto edilizio; a preconcetti ideologici che vedevano nel grattacielo il simbolo di una società capitalistica contrastata.

Tutta la storia dell’urbanistica di Milano degli ultimi cinquant’anni ruota attorno alla questione.

Dai primi esempi di grattacielo realizzati sotto il regime fascista (ad esempio il Palazzo SNIA in piazza S. Babila dell’arch. Rimini anno 1936; alto 56 metri, in deroga alla normativa edilizia dell’epoca) ai grattacieli di piazza della Repubblica e Pirelli che non dovevano superare l’altezza del Duomo.

Solo in questi ultimi anni, sotto l’urgenza dei problemi urbanistici creati dalla “crosta edilizia diffusa” che ha caratterizzato il modello tipologico delle nostre città dal dopoguerra in poi, con la creazione di spaventevoli “blocchi” orizzontali, anche i più accesi detrattori si sono convinti della funzionalità e dell’utilità del grattacielo.”

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