Presentati in Assoedilizia da Pippo Ranci (Università Cattolica diMilano) e Giuseppe Orombelli (Università Milano Bicocca) due libri editi da Francesco Brioschi con tesi opposte. Colombo Clerici: “La crisi economica ci suggerisce ancora di fare spese oggi, non solo pubbliche ma soprattutto a carico delle famiglie, per risparmiare qualcosa in futuro?” 

Biesse 

 Sulla diagnosi del mutamento climatico, tutti (o quasi) d’accordo:  l’attività umana vi contribuisce . E’ sulla terapia che le strade divergono: è più conveniente spendere oggi per evitare maggiori costi futuri oppure è meglio dare la precedenza ad altri gravi problemi? Il dibattito apertosi in Gran Bretagna con la pubblicazione del “Rapporto Stern”  nel 2006 continua a tenere banco in proposito. Tanto è vero che l’editore Francesco Brioschi ha deciso di pubblicarne in italiano sia un’ampia sintesi (Nicholas Stern, “Clima: è vera emergenza”), sia una critica radicale, quella firmata da Lord Lawson (Nigel Lawson “Nessuna emergenza clima”). I libri sono stati presentati da Assoedilizia  e Brioschi Editore, con il patrocinio di INSTAT – Istituto Nazionale di Studio e di Tutela dell’Ambiente e del  Territorio. 

Secondo Stern, economista inglese autore del celebre omonimo rapporto, si impone un radicale mutamento dello stile di vita per evitare che la crescita incontrollata dell’attività industriale porti il mondo al riscaldamento globale con esiti catastrofici.

 Ribatte il connazionale Lawson, anche lui lord, già segretario di Stato: l’intervento dell’uomo influisce ben poco sull’innalzamento della temperatura che sarà comunque di misura molto limitata.

 Introdotti dal presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici e dall’editore Francesco Brioschi  i due studiosi di fama internazionale – Giuseppe Orombelli, Università Milano Bicocca e Pippo Ranci, Università Cattolica – hanno analizzato senza preconcetti ideologici le opposte tesi. Queste, in sintesi, le rispettive opinioni.

 OROMBELLI – Il clima è soggetto a continui cambiamenti di diversa ampiezza e scala temporale.  Da oltre un secolo il clima terrestre mostra una tendenza al riscaldamento, interrotta da ripetute oscillazioni della durata di pochi anni – pochi decenni.Nell’ultimo trentennio il riscaldamento climatico si è accentuato e la temperatura media annua globale è aumentata di quasi mezzo grado °C: nove degli ultimi 10 anni (1999-2008), sono stati i più caldi dal 1850. L’aumento della temperatura non è stato uniforme, ma variabile regionalmente, in generale più accentuato nelle aree continentali e minore in quelle oceaniche. Sempre nell’ultimo trentennio cambiamenti si sono prodotti anche nel ciclo idrologico, con un aumento del vapor d’acqua atmosferico e variazioni nella distribuzione spaziale e stagionale delle precipitazioni. La concentrazione di alcuni gas con effetto serra è aumentata: in particolare CO2 e metano, immessi in atmosfera dalle attività umane, hanno raggiunto valori non mai registrati nell’ultimo milione di anni. Anche il particolato atmosferico è aumentato, con effetti climatici contrastanti. In conseguenza del riscaldamento climatico l’estensione del manto nevoso, i ghiacci marini artici ed i ghiacciai montani si vanno contraendo. Vi è generale consenso, tra i ricercatori del settore, che le modificazioni prodotte dall’uomo, sommandosi alle cause naturali, siano in parte responsabili del cambiamento climatico in atto. Poiché le simulazioni mediante modelli, malgrado la loro incertezza, configurano per il futuro un ulteriore riscaldamento globale, se le immissioni umane in atmosfera continueranno e si accresceranno, è urgente riorientare la politica energetica e, più in generale, il modello di vita (dalla casa, alla mobilità, all’uso del territorio) verso forme più responsabili ed attente agli equilibri della natura.

 RANCI – La domanda che ormai (finalmente) molti si pongono è se vi sia veramente un problema di riscaldamento globale. Siamo bombardati da evidenze e ragionamenti contrastanti, turbati da affermazioni apodittiche di segno opposto. L’editore Brioschi ha pubblicato contemporaneamente i due libri facilitando il confronto e il formarsi di opinioni probabilmente sempre diverse, ma ragionevolmente fondate. 
Conferma così una linea editoriale di diffusione di idee complesse con testi chiari e leggibili e di contributo ad  abbattere le barriere ideologiche. Stern e Lawson possono essere letti in parallelo, immaginando un dialogo.Stern afferma: pur se ci sono evidenze contrastanti a livello locale e oscillazioni di breve periodo, la tendenza di medio periodo della temperatura media terrestre è chiaramente al rialzo. Lawson dice che l’evidenza è ancora incerta.
Stern chiarisce il gioco tra flussi e concentrazione: l’aumento della temperatura deriva dalla concentrazione di gas serra nell’atmosfera; la concentrazione cresce se c’è un saldo positivo tra il flusso di emissioni e il flusso degli assorbimenti; l’attività umana ha alterato il saldo rendendolo fortemente e crescentemente positivo; quando la concentrazione sarà così elevata da provocare effetti devastanti sarà troppo tardi per reagire modificando i flussi fino a stabilizzare o far decrescere il livello di concentrazione. 
Quindi è urgente muoversi ora.
Si tratta di una questione politica di questa natura: Lawson dice che la prevenzione costa troppo, costa meno aspettare il danno e provvedere ai necessari adattamenti.
Stern mostra che costa meno cominciare ad agire subito.
C’è anche un aspetto etico: i danni colpiranno prevalentemente e duramente popolazioni povere, che non avranno contribuito a determinarli.
La tempistica è decisiva. Ad esempio, si possono ridurre le emissioni migliorando la qualità degli edifici e per contro accrescere gli assorbimenti arrestando la deforestazione: operazioni che richiedono anni, durante i quali il flusso netto potrebbe solo ridursi gradualmente ma la concentrazione certo continuerebbe a salire.
Non c’è tempo da perdere né per le operazioni di prevenzione auspicate da Stern, né per predisporre quelle previste da Lawson perché non c’è ormai dubbio che la prevenzione sarà tardiva e parziale e un adattamento sarà comunque necessario. 

Colombo Clerici , intervenendo nel dibattito, si chiede se, trattandosi come è stato detto di questione politica, valga la pena di compiere oggi a costo 50 interventi preventivi ad evitare di doverli compiere in futuro a costo 100.
Una logica tipica, questa, della società del welfare (cioè del benessere) nella quale ci si preoccupa della previdenza, in vista di un problema futuro.
Una logica che orienta decisamente la politica dell’U.E. in materia.
 Concludendo: “Il dibattito mi sembra datato. Non so se potremo continuare a ragionare oggi in questa ottica dopo lo scoppio della crisi economica; o se piuttosto non valga la pena di concentrare le maggiori risorse, anche economiche, nell’impegno anticiclico. Perché l’attuale mi sembra sia fondamentalmente una crisi strutturale (in quanto generata dal fatto che è impensabile una crescita indefinita della produttività e dei consumi), non una semplice congiuntura negativa dell’economia causata dallo scoppio della crisi finanziaria; una crisi dunque che già era presente,come  situazione di squilibrio latente e della quale la congiuntura finanziaria è stata la causa scatenante”.

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Manifesto Immagine Italia

giugno 15, 2009

ASSOEDILIZIA
e
INSTAT

 Assoedilizia e INSTAT-Istituto nazionale di studio e di tutela dell’ambiente e del territorio, con l’Associazione Italiana Amici dei Grandi Alberghi ed il Centro Studi Polis Maker del Politecnico di Milano propongono  un sondaggio sui sentimenti che le città italiane ispirano.

 La finalità è quella di approdare ad un MANIFESTO IMMAGINE ITALIA PER  IL RILANCIO DEL SETTORE TURISTICO in grado di ravvivare l’attenzione sulle rilevanti valenze storico-cultural-sociali, oltre che artistico-ambientali del nostro Paese.  

 Breve sintesi delle motivazioni dell’iniziativa

  – Nonostante il più ricco patrimonio culturale, artistico, storico-monumentale, museale ed ambientale che una nazione possa vantare nel mondo (offriamo una sintetica scheda in calce al testo), il turismo in Italia non va di pari passo con l’andamento che si riscontra nei paesi immediati competitori.

  Il bilancio turistico italiano, nella graduatoria internazionale, è arretrato al quinto posto dopo quello di Francia, USA, Spagna e Cina; con il 13,3% del PIL rispetto, ad esempio, a quello della Spagna che raggiunge il 20%.

 Perché?
Secondo l’avv. Achille Colombo Clerici, presidente dell’ Associazione Italiana Amici Grandi Alberghi e di Assoedilizia, nonché vice presidente di Confedilizia, esiste anzitutto un problema di “governance”.

 La regionalizzazione delle competenze legislative in materia turistica porta a disperdere le energie. Le diverse regioni, infatti, si muovono a livello internazionale (con ingenti investimenti e scarsi ritorni economici e di immagine) alla ricerca di una identità locale. Con ciò si perde di  vista l’esigenza  di  rafforzare l’identità nazionale, puntando sull’appeal e sull’immagine dell’Italia, già forte in ambito internazionale.

Le uniche regioni che possano vantare una propria identità sulla quale far leva sono peraltro solo Sicilia, Toscana e Lombardia. Delle altre, neppure il Lazio dispone di una propria identità, autonomamente da Roma, né il Veneto, autonomamente da Venezia.

 Si lamentano disfunzioni  dell’amministrazione  centrale  e  di  quelle  locali  (esempio, la mancanza di un portale internet del turismo Italiano) e poca attenzione alle alleanze strategiche internazionali, vedi caso Alitalia.

 Mancano inoltre:

–       una adeguata e unitaria rappresentanza sindacale degli interessi degli operatori  turistici  in grado di dialogare ai vari livelli di governo, al fine di propiziare politiche condivise ed efficaci nel settore;

 –       una chiara visione, da parte dei singoli operatori, dell’esigenza di rinnovarsi funzionalmente  per  andare incontro alle mutate esigenze dei flussi turistici che si muovono ormai in un mercato globalizzato; 

 –       un apparato statistico adeguato, in grado di permettere l’assunzione di decisioni consapevoli;

 –       una particolare attenzione al mercato degli utenti nazionali. Il mercato domestico rappresenta oltre il 60% dell’intero settore.

 Esiste infine una carenza di una adeguata rete infrastrutturale, soprattutto al Nord dove, a livello nazionale, a fronte di pesi insediativi (abitanti) e gravitazionali (veicoli circolanti) dell’ordine del 16-17%, abbiamo una dotazione ferroviaria del 9,5% e stradale del 9% . La Lombardia, in questo rapporto, è addirittura al 14° posto fra le regioni italiane e, a confronto con le 132 principali regioni dei 5 Paesi più importanti d’Europa, si colloca al 71° posto per dotazione ferroviaria ed al 91° per quella stradale.

 Opportune sembrano quindi iniziative di immagine atte a rilanciare il turismo nazionale, domestico (italiani su Italia) e straniero (dall’estero verso l’Italia). Assoedilizia, INSTAT, l’Associazione Italiana  Amici dei Grandi alberghi e Polis Maker propongono il Manifesto-Immagine Italia; un sondaggio lanciato dai mezzi di comunicazione e ripreso ed alimentato, sul sito Assoedilizia.com e sui blog tematici della nostra organizzazione, riguardo ai sentimenti che le città italiane suscitano.

  A tal fine Assoedilizia ha raccolto, presso una serie di autorevoli referenti, appartenenti al mondo della cultura, dell’imprenditoria, delle professioni, della finanza, delle arti e dei mestieri, le indicazioni di massima che seguono ,una diversa dall’altra per ogni città. Indicazioni che vengono proposte come stimolo di interesse e di riflessione e per suscitare commenti e confronti. Al termine del sondaggio si potrà disporre di un apparato di indicazioni che potrà permettere di meglio capire cosa pensano gli italiani delle loro città.

 – Roma, la magnificenza;
– Milano, la soddisfazione;
– Torino, la nostalgia;
– Aosta e la Valle, la conquista;
– Bergamo, la concretezza;
– Como, la quiete;
– Brescia, la dignità;
– Venezia, l’incanto;
– Bolzano e l’Alto Adige, l’ascesi;
– Bologna, la familiarità;
– Ferrara, l’opulenza,
– Modena, la golosità;
– Parma, la nobiltà d’animo;
– Rimini,la spensieratezza;
– Padova, la sapienza;
– Verona, la sincerità;
– Trento, l’onestà;
– Udine il Friuli, la fierezza;
– Trieste, il temperamento;
– Firenze, la contemplazione;
– Pisa, la meraviglia; 
– Siena, il campanilismo;
– Lucca e la Versilia, il senso della giovinezza;
– Arezzo, l’antagonismo;
-Perugia e l’Umbria, la serenità;
– Genova e la Riviera, l’afflato poetico;
– Ancona, la laboriosità;
– Napoli, la gioia;
– Salerno e la Costiera Amalfitana, lo stupore;
– L’Aquila e l’Abruzzo: la speranza;
– Benevento e il Molise, la semplicità;
– Bari, l’ammirazione;
– Potenza, la forza d’animo;
– Reggio Calabria, la saggezza;
– Palermo, l’amicizia;
– Catania, l’orgoglio;
– Agrigento, il respiro dell’anima;
– Cagliari e la Sardegna, la tenacia.

 Questa una sintetica scheda, elaborata dal Cescat-Centro studi casa ambiente e territorio di Assoedilizia, sull’asset turistico fondato sul patrimonio ambientale, culturale, artistico d’Italia. 

– 100.000 chiese, cappelle, pievi, basiliche, cattedrali,  templi, abbazie,o ratori, badie.
– 2.400 castelli iscritti al catasto; 20.000 luoghi incastellati.
– 90.000 palazzi di rilevanza storico-artistico-monumentale.  40.000  vincoli .
 – 250.000 vedute, belvederi, luoghi-paesaggio di particolare pregio.
– Città d’arte,musei a cielo aperto.
– 193 borghi storici con meno di 2.000 abitanti
– 35.000 ville
– 3000 musei
– patrimonio arboreo. – raddoppiato negli ultimi 70 anni – di 12 miliardi di alberi (200 ogni abitante; 40.000 per chilometro quadrato)
– 22 parchi nazionali (più 2 in attesa dei provvedimenti attuativi) che coprono oltre 1.500.000 ha pari al 5% del territorio nazionale
– 1121 aree protette (parchi fluviali, archeologici, naturali, regionali- storici e urbani -, aree naturali marine protette, sommerse,  riserve naturali integrali e guidate, ecc.).
– 8.000 chilometri di coste marine con 171 porti turistici (105.000 ormeggi)
– 1300 chilometri di sponde lacustri, con attrezzature e  reti di navigazione lacuali.  

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 BLOG TEMATICI
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LA LOCAZIONE FATTORE PROPULSIVO DEL PIL E DEL GETTITO FISCALE

“100 euro investiti nelle costruzioni residenziali generano 170 euro di reddito” confermano gli esperti Ricciardi e Boari. Oriana: “L’edilizia è l’attività a maggiore impatto sulla crescita economica e occupazionale”

 Benito Sicchiero

 Tutti d’accordo alla Tavola Rotonda EIRE sul tema “Dinamica del settore immobiliare-costruttivo e ripresa del PIL: il caso italiano”: esperti e operatori del settore. A cominciare dal Presidente di Assoedilizia e Vice Presidente di Confedilizia Achille Colombo Clerici: “La locazione immobiliare è, unitamente all’attività edilizia (nuova produzione e opere manutentive), un fattore di dinamismo dell’investimento immobiliare – ha affermato nel suo intervento particolarmente incisivo che ha improntato i lavori assieme alla ricerca disposta ad hoc, intervento che riportiamo sinteticamente a parte – e potrebbe imprimere un ulteriore impulso alla nostra economia a seguito dell’introduzione di una misura incentivante l’investimento immobiliare in locazione, qual è la cedolare secca”.
Tale convinzione deriva dai risultati cui è giunto il Centro Studi Fiscali di Assoedilizia.

Aspesi, organizzatrice dell’evento, ha affidato ai professori Carlo A. Ricciardi, Ordinario di Economia Politica della Facoltà di Scienze della Comunicazione IULM e Giuseppe Boari, Ordinario di Statistica della Facoltà di Economia della Cattolica di Milano, il compito non facile di dimostrare scientificamente con tabelle e diagrammi quanto il settore immobiliare in buona salute contribuisca alla crescita del benessere e quanto, al contrario, una sua depressione ne abbassi il livello. Almeno in Italia.

Ebbene i risultati, difficilmente contestabili, dimostrano:

–       che l’investimento in costruzioni – pari, nel 2008, a 153 mld di euro, il più rilevante tra tutte le forme di investimento che, nello stesso anno, sono state di circa 300 mld – è leva e strumento di politica anticongiunturale e, in prospettiva di lungo periodo, di politica della crescita economica;

–       che ricostituisce, riqualifica ed espande lo stock di capitale di capitale abitativo e produttivo del Paese e rappresenta una fonte durevole di servizi di merito sociale (il diritto all’alloggio) e/o servizi produttivi;

–       che ha un rilevante impatto occupazionale e in molti casi un efficace ruolo di ammortizzatore economico-sociale

–       che la dinamica dell’investimento residenziale anticipa positivamente (poco più di un anno) le variazioni del PIL. In altre parole non è l’accrescimento del PIL a produrre effetti positivi sull’investimento in costruzioni, ma proprio il contrario.

Perciò, logica vorrebbe che tutti gli attori della società nazionale – dal legislatore alle banche per la concessione di crediti e mutui – favorissero il settore per uscire più rapidamente dalla recessione. Gli esperti si sono spinti ad avanzare una  audace proposta: considerato il flop degli strumenti finanziari di previdenza integrativa, perché non affidare tale compito, attraverso opportune facilitazioni pubbliche – come avviene d’altronde in USA e Svizzera – all’acquisto della casa?

Considerazioni fatte proprie dal Presidente di Aspesi Filippo Oriana nella sua sintesi conclusiva il quale, tra l’altro, ha additato come perniciosa la contrapposizione tra investimento industriale e investimento immobiliare da taluni propugnata. E, ha ricordato, sono stati proprio i pregiudizi e le prevenzioni nei confronti dell’attività immobiliare a convincere Aspesi a chiedere l’intervento di esperti esterni per riportare le giuste dimensioni. Concludendo: “Se il settore immobiliare prospera è tutta l’economia a prosperare; l’efficienza dell’allocazione delle risorse nel nostro settore è altissima; la rapidità della reazione sistemica all’investimento finanziario nelle costruzioni è sicuramente maggiore di quelle di altri segmenti industriali”.

Adeguati qualitativamente gli interventi di Fabio Casiroli, docente del Politecnico di Milano che, in particolare, ha richiamato l’esigenza della costituzione dell’Area Metropolitana (come previsto per la Parigi 2030) onde gestire nella maniera più positiva le profonde trasformazioni che si stanno anticipando; di Ambrogio Prezioso, Presidente della Consulta Ance-Aspesi e Costruttori di Napoli; di Manfredi Rosso, Chief Investment Officer del Gruppo Zurigo Italia. Il Seminario, che grazie alla sua sobrietà e incisività politico-scinentifica costuisce una tappa importante nell’attività di Aspesi, è stato ben coordinato dalla giornalista Eveleina Marchesini, responsabile del Mondo Immobiliare e di Casa&Case del Sole 24 Ore.

 

COLOMBO CLERICI: CON LA CEDOLARE SECCA AUMENTO DEL PIL DELL’1%

Dopo avere analizzato l’andamento degli investimenti immobiliari  in termini sia di nuove costruzioni, sia di ristrutturazioni negli ultimi decenni – andamento ciclico che si ripete all’incirca ogni 5-7 anni – e il relativo apporto all’economia del Paese (40 miliardi di euro il solo prelievo tributario complessivo dagli immobili), Colombo Clerici ha indicato i fattori di successo e di crisi del settore, soffermandosi sul comparto della locazione.

Possiamo anzitutto stimare che il nostro Paese presenti oggi un fabbisogno minimo di case in locazione da 600.000 unita’ ad 1milione. Un fabbisogno che non deve esser soddisfatto necessariamente mediante una nuova produzione edilizia; a seguito di adeguata incentivazione, anzitutto si arginerebbero le dismissioni e si favorirebbero gli investimenti in immobili già prodotti e attualmente disponibili nel mercato della compravendita.

Per inciso è  stimata in circa 250/300.000 unita’ a livello nazionale ed in 50.000  unità in Lombardia la disponibilità di tal genere.

In prospettiva, il raggiungimento dell’obiettivo nazionale  – secondo le stime del Centro Studi Fiscali di Assoedilizia – pur se non si dovesse costruire nemmeno un nuovo alloggio in conseguenza dell’incentivazione, varrebbe a spostare una massa di abitazioni dall’area di esenzione fiscale all’area della tassazione con un  conseguente maggior gettito annuo per la finanza comunale e quella erariale (recupero ad una funzione economica dinamica di un investimento statico).

In definitiva possiamo stimare che l’obiettivo per l’Italia di spostare il rapporto tra abitazione principale in proprietà e abitazione in locazione dall’attuale 73/18 % ad un traguardo del  68/23 %, farebbe sensibilmente diminuire la quota di residenziale ad investimento statico,accrescendo la quota dello stesso ad investimento dinamico, ai fini fiscali ed ai fini del PIL.

Obiettivo non utopistico ove si consideri che lo strumento di intervento è triplice: a/recupero del nero; b/assorbimento del già costruito; c/investimenti in nuova produzione edilizia.

Ciò potrebbe generare:

– un incremento strutturale di redditi soggetti a tassazione dell’ordine di 8 MLD di euro all’anno con relativo gettito IRPEF di circa 1,4 MLD e Registro per 16 mln di euro.

– un incremento straordinario del PIL in un quinquiennio di ben 60 MLD connesso alle prospettive di aumento della nuova produzione edilizia; con relativo gettito IRES, IVA e di oneri sociali.   

– aumento del gettito annuo dell’ ICI per circa 300/400 MLN; suscettibile di elevarsi sino a 600/800 milioni a seconda del grado di recupero dell’evasione.

L’aumento dell’investimento annuo per spese manutentive potrebbe aggirarsi attorno ai 700 milioni : somma che incrementerebbe ulteriormente il PIL.

Promuovere l’investimento in immobili destinati alla locazione, dunque, oltre ad un effetto indubbiamente positivo sul piano sociale (mobilità abitativa –  maggiore e più conveniente offerta in locazione – blocco della  emorragia delle dismissioni di immobili), innesca un processo economico-produttivo  virtuoso, producendo nell’immediato l’incremento dei gettiti IRPEF, IVA e  IRES (costruttori-installatori-professionisti), nonché dei posti di lavoro; con conseguente aumento del gettito degli oneri sociali e della capacità di spesa di molte famiglie.

Tra l’altro, punire l’investimento in locazione con conseguente freno all’espansione della nuova produzione edilizia, mentre ci  si preoccupa di varare il piano casa per il rilancio dell’attività edilizia stessa, sarebbe un controsenso nella politica governativa: e finirebbe per favorire un bisogno nuovo (ampliamenti), sacrificando un bisogno pregresso (la forte domanda in locazione). 

Inoltre,  osserviamo che le politiche governative di questi ultimi vent’anni, volte a favorire la proprietà della abitazione a scapito della locazione, oltre a sottrarre alla tassazione un’ ingente massa economica che avrebbe potuto costituire il reddito dei locatori, ha favorito il vasto fenomeno del sommerso nel comparto delle opere manutentive, solo parzialmente recuperato attraverso la normativa del 36%: l’utente-proprietario, che risponde solo a se stesso, è molto più incline del locatore (che peraltro può addebitarne all’inquilino una parte)  a ricorrere al nero per le spese di gestione e manutenzione dell’immobile.

Se dunque il rapporto proprietà-locazione nel nostro Paese  fosse livellato allo standard medio europeo si avrebbe un incremento del PIL per le opere manutentive almeno di 3/4 MLD di Euro.

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Uno dei problemi che maggiormente attanagliano il nostro Paese è rappresentato dall’ingente dimensione del debito pubblico. L’Italia, su questo fronte, si attesta al terzo posto a livello mondiale. 

Lo Stato centrale, fortemente premuto dalla necessità di ridurre il rapporto debito/Pil (pari al 106%) con il patto interno di stabilità, ha posto forti, decisi freni agli Enti territoriali i quali non possono contrarre mutui ed emettere obbligazioni se non per investimenti. Resta esclusa la possibilità di finanziare con tali strumenti le spese correnti.

Ricordo per inciso che l’indebitamento degli Enti locali è salito dai 32,6 miliardi di euro del 1999 agli attuali 70,4 miliardi di euro, nonostante le entrate degli Enti locali stessi siano cresciute negli ultimi 10 anni – dal ’93 al 2003 – del 178,4%, portandosi dagli originari 31,7 miliardi di euro agli attuali 88,5 miliardi. Le restrizioni poste dal patto di stabilità comportano gravi difficoltà per la quadratura dei bilanci.

 La legge, per sottrarre transitoriamente l’Ente locale alla necessità di inasprimenti fiscali, ha disposto in via alternativa l’istituzione di strumenti finanziari che potremmo definire congiunturali: le cartolarizzazioni. Si tratta di operazioni originariamente previste per la riduzione del debito pubblico nazionale e successivamente estese alla sfera degli Enti territoriali e delle Aziende sanitarie.

 Esse consentono di generare disponibilità finanziarie immediate senza produrre indebitamento ulteriore. Duplice è l’ambito di intervento: da un lato la cartolarizzazione dei crediti (imposte, Ici, Tarsu, e i trasferimenti delle Regioni alle Asl, trasferimenti e finanziamenti dello Stato alle Regioni, contravvenzioni comunali ecc.); dall’altro la cartolarizzazione degli immobili.

 Secondo una stima contenuta nel conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche redatto dal Ministero dell’Economia, l’attuale consistenza del patrimonio immobiliare posseduto dalle amministrazioni pubbliche ammonta a 120 miliardi di euro, di cui 13 miliardi in possesso delle Asl. Di questi 120 miliardi, 65 sono relativi ad immobili residenziali e 55 relativi ad immobili ad uso diverso.

In questo quadro, dunque, di attività cedibili oppure cartolarizzabili gli Enti territoriali, nell’ambito della disposizione Eurostat, potranno operare in conformità alla previsione contenuta nel documento di Programmazione economica e finanziaria che, per il periodo intercorrente tra il 2005 ed il 2008, contempla una privatizzazione di 100 miliardi di euro per la riduzione del debito.

A me non spetta il compito di illustrare sotto il profilo tecnico-giuridico-economico le caratteristiche e la portata dello strumento finanziario di cui si discute nell’odierno Convegno (la trattazione della materia è affidata a valenti studiosi che approfondiranno i diversi profili). Credo sia mio dovere sottolineare l’estrema delicatezza, dal punto di vista sociale, politico ed economico, del passaggio che, nel nostro Paese, gli Enti locali si apprestano ad affrontare. 

E’ infatti imprescindibile l’esigenza di un assoluto rispetto del criterio di economicità degli interventi che si andranno a realizzare, al fine di evitare dispersioni dannose al bene pubblico e di depauperamento degli Enti coinvolti: ciò nell’interesse generale di tutti i cittadini diversamente chiamati a concorrere con la contribuzione fiscale all’integrazione dei bilanci pubblici.  

In questa direzione si pronuncia il Fondo Monetario Internazionale il quale avverte l’Italia che, per lo Stato e gli Enti locali, vendere gli immobili per poi pagarne l’affitto, come avviene in alcuni casi di cartolarizzazione, è una manovra pericolosa perché si rischia di far slittare in futuro carichi insostenibili per i bilanci degli Enti stessi.

(Relazione di apertura del Presidente Achille Colombo Clerici al Convegno La cartolarizzazione del patrimonio immobiliare degli enti pubblici svoltosi all’Università Bocconi di Milano)

Colombo Clerici: “Cadono tutte le interpretazioni sociologiche e pseudo culturali”

Su 23 identificati, 15 – i due terzi – sono stranieri, anche americani. In Lombardia danni per 305 milioni di euro

 Milano, 2 giugno 2009 – Secondo Atm, 15 dei 23 graffitisti identificati e denunciati mentre “operavano” nei depositi della Metropolitana sono stranieri: oltre ad 8 italiani, 5 americani, altrettanti francesi, 4 spagnoli, uno svizzero. Danni per 6 milioni di euro.

“Le interpretazioni sociologico-politiche e pseudo artistico-culturali – afferma il presidente di Assoedilizia avv. Achille Colombo Clerici – cadono di fronte alla constatazione che a Milano convergono graffitisti da mezzo mondo per compiere atti vandalici. Se questi imbrattatori fossero animati solo da un impulso sociale o culturale, opererebbero nel proprio contesto e quindi nel proprio Paese. Vengono a sporcare qui perché confidano in una certa impunità. Il che dimostra che si tratta di puri atti vandalici”.

Secondo uno studio di Assoedilizia, i danni dei graffitisti in Lombardia ammontano a 305 milioni di euro.  In testa alla poco invidiabile classifica Milano, non a torto considerata la capitale d’Italia dei graffiti. Circa 24.000 gli edifici imbrattati su un totale di oltre 55.000, con danni per 100 milioni di euro. 

Per la provincia di Milano bisogna calcolare altri 75 milioni di euro. Questi i danni nelle altre province della Lombardia, capoluoghi compresi: Brescia 33 milioni; Bergamo 25; Varese 17; Como 15; Pavia 10; Mantova 9; Cremona e Lecco 7; Lodi 4; Sondrio 3. Totale, 305 milioni di euro.

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