Signor Ministro,

 

mi permetto di inviarLe qualche nota e qualche considerazione, frutto di una ricerca effettuata dal nostro Centro Studi Casa Ambiente e territorio.

 

L’U.E. è prigioniera di una sorta di dipendenza dalla burocrazia, che teorizza spesso e volentieri su questioni, che non sono solo ideali, ma hanno un impatto decisivo sull’economia e sull’ambiente; ed il nostro Paese ne fa particolarmente le spese.

 

La politica comunitaria in materia energetica ed ambientale ne è  una prova.

 

Taluni Stati hanno interesse ad accodarsi all’U.E., in quanto, come stati poveri, beneficiano della protezione economica europea: altri, come la Francia e la Germania, sostengono le scelte europee, perché riescono ad “egemonizzare” a loro favore la politica della Comunità.

 

Francia e Germania, ad esempio, fanno la parte del leone nella PAC (la politica agricola comunitaria) che assorbe il 46,4% – circa 56 miliardi di euro – del bilancio comunitario.

 

Infatti, poiché l’ 85 % dei fondi della PAC è destinato al sostegno delle aziende, e solo il 15%  alla difesa dell’ambiente e del territorio, le assegnazioni dei finanziamenti per la maggior parte riguardano le aziende agricole di quei paesi: meglio strutturate sul piano della organizzazione aziendale ed agguerrite in termini di competitività.

Il rapporto, solo 6 anni fa, quando intervenimmo sul Sole 24 ore con un articolo, in proposito, che sollevò la questione, era addirittura di 90%  contro 10% .

 

In particolare,gli aiuti PAC per ettaro in Francia ed in Germania  sono rispettivamente  del 20% e del 96% in più rispetto all’Italia. Cioè 195 e 305 euro a fronte dei 160 euro ad ettaro per il nostro Paese; moltiplicati per un numero di ettari che in Francia è di 28 milioni, in Germania di 18 milioni ed in Italia poco più di 12 milioni.

 

Ai “difensori verbali” dell’ambiente italiano, che si trincerano dietro alle decisioni europee (ed ai grandi ideali che per la verità piacciono anche a noi, se non fosse per il fatto che dobbiamo tenere i piedi per terra) per spronare l’Italia ad agitarsi per star al passo con gli obiettivi comunitari, rammentiamo che il saldo totale a sfavore del nostro Paese, rispetto al bilancio europeo ascende a quasi 3 miliardi di euro all’anno. Somma che ad esempio potrebbe esser destinata effettivamente, e non solo a parole, alla tutela del nostro territorio e del nostro ambiente.

 

Perché, cosa che forse sfugge ai “teorici” della difesa ambientale, questa disfunzione della politica agricola comunitaria porta, come conseguenza, un impoverimento del nostro patrimonio rurale ed alla fin fine del nostro patrimonio ambientale.

 

Mentre Francia e Germania, quando non incrementano, mantengono comunque la dimensione della SAU (superficie agricola utilizzata), in Italia si assiste ad una progressiva dismissione delle coltivazioni agricole di vaste aree (500.000 ettari in soli cinque anni dal 2000 al 2005).  Inizio questo del vero degrado ambientale: poiché l’agricoltura è il primo presidio del territorio e dell’ambiente.

 

Ringrazio della attenzione e porgo i migliori saluti.

  

 Achille Colombo Clerici

 Presidente Assoedilizia

   

 www.assoedilizia.com

 

 

Annunci

 

 

A cura di

Roberta CORDANI

 

Testi di

 

Margherita ANGELUS – Pier Fausto BAGATTI VALSECCHI – Alberico BARBIANO DI BELGIOJOSO – Gaetano BARBIANO DI BELGIOJOSO – Giovanni BARBIANO DI BELGIOJOSO – Giulia BOLOGNA – Ernesto BRIVIO – Gianluca BRIVIO SFORZA – Adele BURATTI MAZZOTTA – Marco CARMINATI – Salvatore CARRUBBA – Anna CASTELLINI BALDISSERA MARANGHI – Elena CASTELLINI VISCONTI DI MODRONE – Cristina CENEDELLA – Achille Lineo COLOMBO CLERICI – Daniele COMBONI – Paola Barbara CONTI – Simonetta COPPA – Roberta CORDANI – Dario COVA- Elena COVA – Cinzia CREMONINI – Anna CRESPI MORBIO – Vittoria CRESPI MORBIO – Giovanna D’AMIA – Guido DAMIANI – Ferruccio DE BORTOLI – Maria Teresa DONATI – Amalia ERCOLI FINZI – Elisabetta FERRARIO – Maria Teresa FIORIO – Paolo M. GALIMBERTI – Fulco GALLARATI SCOTTI – Lavinia GALLI – Gerolamo GAVAZZI – Alessandro GERLI – Marta GHEZZI – Marta ISNENGHI – Guido LOPEZ – Stefano MAJNONI – Empio MALARA – Giuseppe MARANGHI – Pietro C. MARANI – Sara MASSEROLI – Giulio MELZI D’ERIL – Luigi MIGNACCO – Giovanna MORI – Luca PALAZZOLI – Silvia PAOLI – Gianantonio PELLEGRINI CISLAGHI – Lucia PINI – Patrizia POZZI – Alberto QUADRIO CURZIO – Pablo ROSSI – Francesca Paola RUSCONI – Claudio SALSI – Raimondo SANTUCCI – Bruna SCOTTI BONANNI – Ornella SELVAFOLTA- Massimo SIMINI – Cesare SIRTORI – Thea TIBILETTI – Laura TIRELLI – Tommaso TIRELLI – Luisa Alberica TRIVULZIO – Annalisa ZANNI

 

Fotografie di

 

Mario DE BIASI – Francesca DE COL TANA – Giuseppe GIUDICI – Stefano GUSMEROLI -Andrea MICHELI – Roberto MASCARONI – Piero ORLANDI – Mauro RANZANI – Fulvio ROITER – Raimondo SANTUCCI – SAPORETTI Immagini d’Arte –

 

Redazione ai testi e didascalie

Sara MASSEROLI – NUOVA CHORÓS

 Il Presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici commenta la proposta del Sindaco di Padova Zanonato di realizzare il federalismo fiscale attribuendo ai Comuni il 20% dell’IRPEF:

 

“Era inevitabile che, in un quadro di riforma federalistica del nostro sistema fiscale, di fronte alla esigenza di incrementare la finanza locale – attualmente assai sbilanciata rispetto al gettito erariale che rappresenta il 95% dell’intero prelievo fiscale – trasferendo risorse tributarie dallo Stato ai Comuni, per non aggravare il carico dei contribuenti, i sindaci cominciassero a pensare ad un ampliamento della compartecipazione Irpef.

In verità, si tratta di un meccanismo sommario che non comporta neppure  una  riforma fiscale sostanziale.

Non meraviglia dunque che, nell’ambito dei comuni, si stia formando il cosiddetto fronte del 20 per cento (Il Sole 24 ore del 26 settembre 2008).

Ma questa soluzione, che presenta l’indubbio pregio della semplicità, non permette di risolvere il vero nodo sul tavolo della riforma della fiscalità comunale: il coinvolgimento dei city users, o pendolari del lavoro, nel finanziamento del bilancio del Comune nel quale esercitano l’attività lavorativa e del quale utilizzano dunque i servizi cinque o sei giorni su sette (nella città di Milano sono 700.000).

Il meccanismo della compartecipazione, infatti, opera a favore del comune di residenza; che è in fondo il comune-dormitorio, volendolo definire in modo più incisivo.

Per queste ragioni la nostra organizzazione, con la collaborazione del professor Gianfranco Gaffuri del Dipartimento di diritto tributario dell’Università degli studi di Milano, nel tentativo di portare ad un passo avanti per la soluzione di quell’esigenza, ha elaborato la proposta di istituire una imposta  sul reddito da lavoro delle persone fisiche, di competenza del comune nel quale venga prestata l’attività lavorativa.

L’onere fiscale verrebbe assolto dal contribuente o in modo diretto, attraverso l’autodichiarazione, nel caso di lavoro autonomo, ovvero mediante ritenuta da parte del datore di lavoro (sostituto d’imposta) in caso di lavoro subordinato.

Ovviamente l’equità fiscale impone che tale imposta sia integralmente detraibile dall’Irpef da versare all’erario statale.

Riforma quindi a costo zero per il contribuente.

Un equilibrato dosaggio del rapporto tra nuova imposta e compartecipazione permette inoltre di superare in modo equo il sistema dei trasferimenti, realizzando una corretta proporzione tra spese e gettito fiscale locale, e di uscire, nel contempo, dalla logica unilaterale implicata da un sistema di finanza comunale imperniato esclusivamente sull’ICI che è imposta di carattere patrimoniale e settoriale e quindi inidonea a costituirne di per sé l’esclusivo fondamento.   

Anche perché, a ben vedere, non sono gli immobili  a godere dei servizi comunali, bensì i cittadini; come proprio il caso dei city users sta a dimostrare.”

 

Vorrei innanzitutto osservare che la storia del rapporto, nella realtà comasca, tra proprietà privata immobiliare e società, città, può considerarsi un modello emblematico della valenza sociale e politica dell’intervento dei risparmiatori dell’edilizia nel processo di formazione della città, come si è configurato nel nostro Paese.

Nel corso del convegno tenutosi proprio qui a Villa Olmo, nel luglio di quest’anno, nell’ambito delle iniziative dell’UIA (l’Unione Internazionale degli Architetti – convegno organizzato da Polis Maker) si è delineato come il processo di formazione della città di Como abbia avuto una forte accelerazione, a partire dalla prima metà del secolo scorso e sotto l’impulso di un accentuato processo di inurbamento. Citavo John Ruskin e la definizione che dà di città: luogo della accumulazione non solo di beni e di risorse, ma soprattutto di attività e di funzioni.

Una definizione che evoca il dualismo tra natura allo stato brado e natura costruita, manipolata, trasformata dall’uomo. La natura si fa paesaggio ed il paesaggio si fa paese.

La professoressa Rostagno, della quale ho apprezzato la grande passione civile e l’attenzione culturale alla storia dell’urbanistica di Como, ha definito la città come “crocicchio”. Un nodo di interscambio, non solo sul piano economico-commerciale, ma soprattutto sul piano culturale.

Una funzione questa favorita dalla collocazione geografica. Allo sbocco verso la pianura della storica via Regina, ed alla confluenza di vie di terra e di acqua: dal lago, dalle valli e dalla pianura.

Questa peculiarità mi richiamava alla mente la stessa denominazione della città di Milano – crocevia, città in mezzo al territorio, in mezzo alla pianura.

E sussiste un certo parallelismo nell’urbanistica delle due città. Entrambe codificano la pianificazione del territorio negli stessi anni.  Milano vara il primo piano regolatore nel 1884, il Piano Beruto.

Quattro anni dopo (nel 1888) Como approva il P.R.G., che definisce la natura urbana del territorio cittadino. Qui appunto la città si delinea come città crocicchio.

Ma c’è una disomogeneità nello sviluppo urbano tra Milano e Como: quando, negli anni Trenta del Novecento a Como comincia a parlarsi di città policentrica, a Milano si vara il piano regolatore dell’Albertini e del Portaluppi. La città concentrica. E’ forse una questione di collocazione geografico-morfologica differente fra le due città.

Siamo nel 1933/34. Il razionalismo domina tanto nell’architettura, quanto nell’urbanistica.

Si creano i grandi spazi urbani (viali, piazze più adatti alla cresciuta massa di traffico: le automobili, dopo le biciclette e dopo i cavalli) ricavandoli dalla città settecento-ottocentesca, attraverso massicci sventramenti.

Nell’architettura dei palazzi non sono più le famiglie a lasciare l’impronta delle virtù borghesi tipiche della nostra gente (la laboriosità – la religiosità intesa non solo come fede, ma anche come coscienza dei valori morali – la famiglia appunto) come nel periodo neoclassico ed eclettico e la pietra, seria, severa, gli austeri ferri battuti, sono i materiali emblematici di questo periodo.

Negli anni trenta si afferma il razionalismo; come portato, tra l’altro, della cultura industriale.

L’architettura di quel periodo reca il segno della inclinazione degli industriali, degli imprenditori a lasciare l’impronta della efficienza, della funzionalità, del potere economico legato al mondo manufatturiero. Ed i materiali dominanti diventano i marmi lucidi, gli specchi, gli ottoni.

I proprietari, i risparmiatori edilizi, che non rappresentano di certo un gruppo, una classe, un ceto sociale, ma costituiscono una parte, una categoria sociale trasversale alla società stessa (composta da professionisti, commercianti, imprenditori, industriali, artigiani, funzionari) seguono, assecondano, favoriscono ed in un certo senso orientano questi processi urbani, in quanto concorrono in modo rilevante alla formazione della cultura dominante dell’epoca ed a determinare i caratteri della città.

Ma di certo, la loro funzione sociale non si limita a questo aspetto. I proprietari ed i risparmiatori del settore edilizio, con i loro investimenti, hanno permesso il formarsi della città ed il costituirsi di quel mix funzionale che, ancor oggi, è il fiore all’occhiello delle nostre città italiane.

Senza il volano della locazione per l’abitazione e per le botteghe commerciali artigianali e spesse volte per molti edifici industriali, come avremmo potuto fronteggiare le emergenze abitativo/funzionali createsi nei due Dopoguerra, e come avremmo potuto permettere, nel nostro paese, quei processi di inurbamento che hanno condotto attraverso enormi migrazioni, a cambiare il volto delle nostre antiche città?

Como offre un modello esemplare, paradigmatico di questo ruolo della nostra categoria.

E lo testimonia il centenario della fondazione della Associazione dei proprietari di case (come allora si chiamavano) che oggi siamo qui a celebrare.

Perchè qui, i proprietari, avvertirono tra i primi in Italia, la coscienza di quel ruolo di pubblico interesse, che la casa e l’investimento immobiliare erano chiamati a svolgere, nell’ambito non solo economico e culturale, ma anche sociale.

Nacquero allora le prime Associazioni della nostra categoria, non solo per difendere interessi corporativi, con un ruolo tipicamente sindacale, ma per esprimere una posizione sociale e culturale che potesse esser di utilità nella vita pubblica.

Nella storia sociale del nostro Paese esse segnarono il passaggio dall’Associazionismo filantropico, culturale o lusorio dell’epoca dei savants, e degli aristocratici, all’Associazionismo civile dell’epoca degli scienziati e del primitivo welfare in Germania: (le grandi riforme sociali di Bismarck alla fine dell’Ottocento) un associazionismo che aveva coscienza della funzione sociale anche sul piano culturale e in tale ottica diveniva gradatamente vivaio ove si formavano le nuove generazioni del personale politico nazionale.

Così, in molti casi, gli esponenti delle nostre Associazioni erano chiamati a responsabilità politiche e di governo, ai vari livelli, locali e nazionali.

Le associazioni della proprietà edilizia, fra le prime, diventarono dunque la base per la formazione e la selezione della classe dirigente economica e politica del Paese; cerniera tra il pubblico ed il privato, tra società e Stato.

Vorrei aggiungere che le nostre organizzazioni, (forse perchè rappresentanti una categoria economica che concentra il proprio interesse in investimenti intimamente radicati sul territorio) non hanno mai perseguito interessi contrastanti con l’interesse del Paese.

Anzi, spesso, la Proprietà edilizia è stata caricata di oneri di socialità impropri (quasi delle forme di tassazione indiretta: vincoli, blocchi, espropri, equo canone).

Essa, inoltre, ha assolto ad un altro compito sul piano sociale, in particolare in campo ambientale, soprattutto in questo momento storico.

La casa, l’immobile, infatti, restano uno dei pochi fattori territorializzanti nella vita moderna: in altri termini producono un radicamento terraneo, (Massimo Cacciari) cioè un attaccamento al territorio. L’interesse dei cittadini alla prosperità del territorio in un’epoca in cui stiamo assistendo a tutta una serie di fenomeni deterritorializzanti (quali i processi di ristrutturazione – innovazione tecnologica – terziarizzazione – finanziarizzazione – internazionalizzazione) e di delocalizzazione di attività e funzioni con abbandono del territorio, la casa continua a mantenere la sua funzione di presidio del territorio e di fattore di tutela ambientale.

Nella storia ed ancor oggi, dunque, il mondo della Proprietà Edilizia ha espressi interpretati e rappresentati ideali di democrazia, di impegno sociale, di libertà.

Una funzione dunque, quella della proprietà edilizia che va metabolizzata culturalmente e va difesa politicamente.

E le nostre Associazioni dovranno esser sempre più consapevoli di questo compito e del ruolo che dovranno sempre più assumere, per concorrere a disegnare i destini del nostro futuro.

     

Solo il dieci per cento degli aiuti comunitari a sviluppo e innovazione

Il processo di urbanizzazione in Europa sottrae all’agricoltura 60.000 ettari all’anno. Il 10% della Val Padana è coperto dal cemento, con non trascurabili conseguenze, comprese quelle riguardanti il microclima. E cementificato è il 7% del territorio nazionale, montagne, laghi e fiumi compresi. In poco più di 40 anni, il territorio agricolo italiano è diminuito del 20%, mentre la superficie urbanizzata è quadruplicata passando da 5.000 a 20.000 kmq. Situazione paradigmatica di quanto è avvenuto, in questi anni di intenso sviluppo urbano, nelle grandi aree metropolitane europee, è quella che si presenta nell’hinterland milanese; dove, secondo una recente analisi compiuta da Assoedilizia, siamo giunti ormai a un esito di sostanziale equilibrio nel rapporto tra superficie territoriale, abitanti, aree urbanizzate, mentre il fenomeno del consumo del territorio agricolo si sta gradatamente arrestando. E questo non diversamente da quanto è avvenuto in altre realtà metropolitane europee quali, ad esempio, l’Ile de France con Parigi, le aree tedesche di Francoforte, di Duesseldorf e di Berlino, la Grande Londra che sono del tutto omogenee, non rispetto alla città di Milano (che si estende su un esiguo territorio amministrativo di soli 181 kmq, contro i 1.500 kmq di Roma, gli oltre 8.000 kmq dell’Ile de France, i 1.000 kmq di Berlino) bensì al suo hinterland, dove i rapporti tra suolo urbanizzato e abitanti sono ben diversi. Il territorio, nel nostro continente, sta gradatamente passando dal ruolo di servizio alla produzione agricola a quello di servizio all’ambiente. La rapidità del cambiamento è rivelata dal drastico calo negli occupati nelle attività agricole. Solo 50 anni fa erano impiegati nell’agricoltura oltre 40 italiani su 100, oggi sono poco più di 6. È questo l’effetto, non solo del già esaminato fenomeno di progressiva urbanizzazione dei suoli un tempo destinati all’agricoltura, ma anche della Politica agricola comunitaria (Pac) che, nell’esigenza di razionalizzare e coordinare, a livello europeo e mondiale, i processi produttivi con i mercati,
conduce da un lato ad accorpare le aziende al fine di renderle dimensionalmente ed economicamente competitive, dall’altro a dismettere coltivazioni e attività agricole che implichino surplus o scoordinamenti produttivi. La situazione di equilibrio tra sviluppo urbano e consumo del territorio apre dunque una concreta prospettiva di valorizzare il rapporto città-campagna, tutelando e riproponendo i valori agricoli, ma, soprattutto, ricostituendo una cultura della funzione del suolo agricolo come strumento di salvaguardia dei valori ambientali. Se la terra diventa dunque sempre più ambiente, come tale va protetta e sostenuta, anche dalle politiche agricole nazionali e comunitarie. È il momento di operare in questa direzione, considerando che edifici storico-agricoli, orti urbani e periurbani, parchi agricoli e parchi naturali, aziende agricole ancora in attività, zone di agriturismo, luoghi naturali per il tempo libero costituiscono un vero e proprio valore aggiunto per la funzionalità territoriale. Solo presidiando alcune storiche realtà agricole si può pensare di procedere a una organica pianificazione territoriale che garantisca, nel contempo, produttività e ambiente per un’equilibrata crescita economica e sociale nel territorio. E gli imprenditori agricoli, in quanto gestori e “manutentori” dei singoli appezzamenti che, come un mosaico, compongono l’ambiente in cui viviamo, sono i primi attori di uno sviluppo sostenibile, diverso dall’attuale che perciò va al più presto sottoposto a nuove regole economiche e socio-urbanistiche. La terra resta il «bene centrale per la società del terzo millennio» e va integrata alla città perché offre a essa un fondamentale elemento equilibratore — verde e spazi liberi — per compensare le forme di inquinamento e di congestionamento di cui soffrono i centri urbani (luoghi della accumulazione). Ma l’Europa, la seconda potenza agricola mondiale dopo gli Stati Uniti, sembra non rendersi conto dell’esigenza di un radicale aggiustamento di rotta della attuale politica, per gestire questo cambiamento epocale. Attualmente, secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, la Pac prevede che gli aiuti comunitari all’agricoltura siano destinati per il 90% a sostegno della produzione e solo per il 10% allo sviluppo e all’innovazione, e quindi a sostegno della qualità dell’ambiente rurale. La conseguenza di tale impostazione dà luogo a un circolo vizioso, inaccettabile da parte di quelle nazioni che, come l’Italia, sono deboli sul piano della politica agricola comunitaria e sono costrette maggiormente a dismettere attività, funzioni, territori agricoli. Infatti in quella logica più si dismette e meno si riceve in termini di aiuti comunitari. Sicché il divario tra Paesi beneficiari degli aiuti comunitari e Paesi che meno ne godono, è destinato non già a colmarsi, bensì ad aumentare. È dunque necessario, come rilevato da più parti, che il rapporto 90-10%, di cui si diceva, sia riveduto e corretto al fine di rendere maggiormente operativi anche i Piani di sviluppo rurale normati dal regolamento Ue n. 1257 del 17 maggio 1999, quali strumenti fondamentali per la preservazione dei valori ambientali agrari.

 Se ci fosse una fisiognomica delle città, potremmo dire che per Milano c’è una forte corrispondenza tra il volto della città e lo spirito, il carattere, il sentimento, la mentalità, la cultura della sua gente, del suo popolo.

– Il pragmatismo di stampo giansenista

Nel suo volto si rispecchia quel rigoroso pragmatismo basato sull’efficienza volta al conseguimento del risultato (dell’achievement come dice De Rita in un suo studio sulla milanesità), che discende da una concezione giansenistica dell’impegno civile e sociale della persona umana.
Montanelli definiva Milano una città giansenista, che ha pudore di sè, e le sue bellezze le tiene nascoste. Così lontana da Roma che, nella sua magnificenza esteriore di palazzi e di monumenti, sembra rivaleggiare con la pompa e la maestosità dei templi, eretti nello spirito di Giulio II, ad maiorem Dei gloriam.
Milano ha il volto della sua borghesia, laboriosa e severa, che si è forgiata sì nello spirito del giansenismo manzoniano, ma affonda le sue radici addirittura nel rigore austero, severo di S. Carlo Borromeo, colui che ha ispirato buona parte del pensiero della controriforma.
Se guardiamo la Milano neoclassica ed eclettica e la Milano operaia di Sironi, ma anche la Milano razionalista degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, vediamo come l’aristocrazia, prima, e la nuova illuminata borghesia, poi, abbiano voluto imprimere, nell’architettura dei palazzi che si costruivano, l’impronta delle virtù borghesi proprie della cultura lombarda: la laboriosità, la famiglia, la religiosità intesa non solo come fede, ma come coscienza dei valori, volti a realizzare il bene comune, nello spirito della carità.
Quella carità, nel cui nome operano i gruppi di volontariato Vincenziano.

– La solidarietà al servizio del problema casa

Una carità che, trasferita nel sociale diventa solidarietà. E qui, possiamo aprire il grande capitolo relativo al ruolo della ricchezza della città, messa al servizio di un grande problema sociale: quello della abitazione per milanesi ed immigrati, nel processo di sviluppo della città. Una imponente popolazione che ha fatto crescere Milano e la Lombardia al livello delle più grandi megalopoli mondiali.
La nostra storia è quella di una città comunale, abituata al ruolo attivo di un popolo che non si misura con il principe, con il palazzo, ma trova in sè la forza di una sorta di autogoverno, attraverso una amministrazione pubblica che non è autoreferenziale, ma si riconduce a sua volta al popolo.
Sicchè, pubblico e privato, ricchezza pubblica e ricchezza privata, concorrono, in un dualismo sinergico (all’insegna di uno spiccato solidarismo) alla formazione urbanistica ed edilizia di Milano e della Lombardia. Quando la città sale, per usare l’espressione dell’epoca – la belle epoque (al ritmo vertiginoso di 15 mila abitanti all’anno, portandosi dai 350.000 della fine dell’ottocento al 1.750.000 registrati agli inizi degli anni ’80 del Novecento) il bisogno di case è notevole. Nascono le società di mutuo soccorso, le cooperative edilizie che riuniscono in iniziative comuni l’impegno diretto dei lavoratori in cerca di casa.
L’edilizia residenziale pubblica (volta a costruire le case popolari attraverso l’investimento diretto di Stato e Comuni) fa la sua parte.

– I protagonisti del settore parapubblico e pubblico Milano e Roma

Milano, a differenza di Roma (la città del Palazzo), dove la parte preponderante nella creazione della città sul versante non privato, viene svolta dal settore parapubblico degli enti previdenziali e degli investitori cosiddetti istituzionali, (che realizzano abitazioni prevalentemente destinate alla burocrazia) vede una presenza massiccia dell’edilizia cooperativistica e popolare (promossa da Acli Casa, dal Consorzio Casa, dalla Lega delle Cooperative di abitazione), che costruisce case per il ceto popolare e impiegatizio. Possiamo stimare che circa il 25% di tutto l’edificato abitativo milanese abbia questa origine.

– I protagonisti privati

Sul versante privato, l’impegno delle famiglie, della Chiesa, dell’Ospedale Maggiore, del Pio Albergo Trivulzio (che costituiscono il loro patrimonio di abitazioni per l’affitto, sulla base delle munifiche donazioni e dei lasciti di centinaia e centinaia di benefattori milanesi, la cui pietà e generosità è mossa dalla consapevolezza della funzione sociale alla quale è destinato l’investimento abitativo dell’ente), degli enti di assistenza, delle fondazioni private (ad esempio la Redaelli e la Cassoni, con il Villaggio Barona) gioca un ruolo importantissimo di forte carattere morale nella solidarietà che si esprime verso il bisogno casa. E nel processo di formazione della città concorre a realizzare il 75% di tutto l’edificato. In particolare le famiglie, che riversano nell’investimento immobiliare la gran parte dei risparmi conseguiti con attività nei settori agricoli, commerciali, manifatturieri, finanziari e professionali.

– Le famiglie milanesi

Va detto, a questo proposito, che le famiglie milanesi, nella gestione della ricchezza personale si sono, in generale, sempre distinte per un particolare spirito di sobrietà e di riservatezza: nella consapevolezza di trovarsi in una posizione di privilegio, rispetto ai problemi sociali, che richiedeva un forte senso di responsabilità. Nessuna ostentazione, ma piuttosto il senso di un ruolo, di una funzione sociale della ricchezza. “Non numen nummus, sed artifex” citava sempre Giorgio Rumi, dallo Statuto della Banca S.Paolo di Brescia. Ce lo ha ricordato qualche giorno fa il Card. Nicora. Non un Dio, la ricchezza, ma un artefice. Non fine, ma mezzo dunque. Questo lo spirito delle famiglie lombarde, amministratrici e non padrone della ricchezza in una visione di uso strumentale finalizzato al bene comune.
Questo spirito è diventato il carattere della città, tanto da meritarle l’appellativo di capitale morale del Paese.
Mi piace ricordare tre esempi.

– Filantropismo umanitario

Siamo all’inizio del XX secolo.
Da alcuni anni (1894) era sorta a Milano, prima in Italia, l’associazione dei proprietari immobiliari che, allora come oggi, rappresentava una parte consistente dell’alta borghesia cittadina.
Un gruppo di milanesi, guidati da Prospero Moisè Loria, fondatori dell’Umanitaria, sosteneva che la più efficace cura preventiva igienico-morale, contro il rilassarsi delle energie dei lavoratori, fosse quella di impegnarsi a costruire anche alcuni quartieri operai come modelli funzionali di abitazione, sani e decorosi, e insieme come esempi di promozione sociale e di stimolo alla solidarietà.
Nel marzo del 1906 oltre mille persone entravano nelle prime case operaie costruite nell’attuale zona Solari, che allora si chiamava Porta Macello.
Seguirà, nel 1909, un secondo quartiere situato nell’attuale viale Lombardia. Giovanni Broglio, l’architetto progettista e direttore dei lavori, aveva scelto un tipo di edilizia economica allora all’avanguardia. Case di tre o quattro piani, collegate fra loro da terrazzini, e disposte a quadrato intorno a grandi cortili interni, ricchi di verde.
Dal 1908 nel quartiere Solari prende a operare come asilo una Casa dei Bambini; l’anno dopo un’altra comincerà a funzionare anche nel quartiere di viale Lombardia.
Il solidarismo laico marcia – in una competizione stimolante – con il solidarismo cattolico: riassumibile in un alto esempio.

– Carità cristiana

Correva l’anno 1949. Milano aveva allora, grosso modo, la popolazione odierna, ma era appena uscita da una guerra che l’aveva dilaniata con i bombardamenti che avevano distrutto più di tremila edifici.
A quell’epoca disponeva di un edificato residenziale appena superiore alla metà dell’attuale, e stava fronteggiando una immigrazione che l’avrebbe portata, nel giro di trent’anni ad aumentare la propria popolazione di oltre 500 mila unità.
Quel primo di gennaio del’49 il Cardinale Idelfonso Schuster aveva davanti agli occhi l’immagine di tre morti per assideramento, il giorno di Natale; ne avevano parlato a lungo tutti i giornali.
L’uno senza fissa dimora – scriveva nella sua omelia di capodanno – l’altro trovato morto per assideramento nel suo abbaino, il terzo in un angolo di un edificio sinistrato. Sono le conseguenze tragiche e dolorose della mancanza di abitazioni in città e fuori. Non ci sono case! E’ impossibile fabbricarne per la situazione finanziaria, per il costo del materiale, per il costo della manodopera.
Il Presule osò allora muovere un appello alle forze sociali ed economiche della Diocesi per il varo di un progetto straordinario, volto alla realizzazione di case per quanti ne fossero privi.
La città accolse con slancio l’invito. Si costituì l’opera Domus Ambrosiana, (presieduta dapprima dall’Ing. Franco Ratti, nipote di Papa Pio XI, ed in seguito dal Senatore Luigi Davide Grassi, allora presidente di Assoedilizia), che nel giro di pochi anni realizzò in periferia tre moderni quartieri costituiti da tredici fabbricati dove trovarono dignitosa sistemazione 239 nuclei familiari ad affitti addirittura inferiori a quelli praticati dall’Istituto case popolari. L’iniziativa dell’Arcivescovo, di avanguardia per quei tempi, fu di grande stimolo morale per quanti avevano la responsabilità di gestire il problema abitativo nella nostra città e nel nostro Paese.

– Imprenditorialità etica

Il quartiere Grigioni, appartenente alla famiglia del compianto mio predecessore alla presidenza di Assoedilizia, il caro amico Arturo, realizzato nel secondo dopoguerra al Lorenteggio: più di 1500 alloggi di civile abitazione, a tutt’oggi affittati a canoni di poco superiori all’equo canone.
Tre esempi che appaiono come la conferma del principio Vincenziano: i poveri soffrono più per mancanza di organizzazione che di carità.

– Lo Stato moderno, il welfare, la sussidiarietà

Quando lo Stato si organizza si passa gradatamente dalla filantropia, al welfare state; istituito negli ’40 del Nocevento dapprima in Gran Bretagna ad opera dei Liberali-Laburisti e negli Usa da Rooswelt.
Lo Stato riserva progressivamente a sè le decisioni individuali che riguardano i settori vitali per l’esistenza umana: la tutela della salute, l’assistenza ai bisognosi, la previdenza sociale.
E’ l’attuazione della teoria del telescopio che ispirò le grandi riforme sociali di Bismarck negli anni ’80 dell’Ottocento così efficacemente illustrata da Piero Giarda: l’individuo vede questi bisogni troppo lontani, come attraverso il telescopio (ad esempio l’assistenza previdenziale) e non li prende adeguatamente in considerazione. Lo Stato si sostituisce all’individuo nella decisione e rende obbligatorie queste tutele; che diventano un costo sociale. E’ la base della sussidiarietà verticale, su cui si fonda il welfare state.
Ma il processo suppone una progressiva avocazione di mezzi finanziari dal privato al pubblico, attraverso lo strumento fiscale.
Questa escalation, in Italia, non si è accompagnata ad un progressivo miglioramento qualitativo dei servizi: che anzi, assistiamo ad un ritrarsi dello Stato (oberato da una spesa pubblica di enormi proporzioni) dai suoi compiti istituzionali. Emblematico è il settore dell’edilizia residenziale pubblica abbandonata da vent’anni a questa parte.Lo Stato aumenta la pressione fiscale (tra fiscalità diretta ed indiretta) ma di case sociali non se ne costruiscono più.

– La sussidiarietà del filantropismo individuale ed il valore della carità

In alcuni settori, legati agli interventi umanitari si è creato il filantropismo pubblico-privato collaterale: le Onlus e le ONG.
Sta di fatto che dopo questo passaggio al pubblico, la spinta individuale al filantropismo, soprattutto laddove manchi un afflato morale e spirituale, come ad esempio nel settore della cultura, si è di molto affievolita. Adesso ci pensiamo con il 5 per mille.
Nel campo della carità, dove il welfare non arriva, perchè la carità non è solo redistribuzione di ricchezza o organizzazione di servizi (cioè non è solo assistenza), ma è amore (un bene non surrogabile dallo Stato, ma un dono che una persona dà ad un’altra); nel campo della carità rimane insostituibile il modello offerto dal volontariato Vincenziano. Fulgido esempio, di altruismo e di dedizione a chi ha più bisogno, che oggi (in un’epoca di egoismi e di individualismi relativistici) più che mai mantiene la sua ineguagliabile validità.

ACHILLE COLOMBO CLERICI
Presidente di Assoedilizia
L’Expo 2015 è l’occasione storica per Milano di recuperare il ruolo ed il compito di capitale morale del Paese. Quel ruolo, non solo etico e culturale, ma anche e soprattutto di impegno civile e di responsabilità sociale e democratica conquistato lungo tutto il secolo scorso, ad iniziare dalla Esposizione internazionale del 1906.

Un ruolo che, per la verità, non è mai venuto meno nel campo del lavoro e dell’economia, considerato peraltro che Milano e la Lombardia continuano ad essere il motore d’Italia (basti pensare al residuo fiscale pro capite che è di 3.200 euro moltiplicati per 10 milioni di abitanti) e rappresentano uno dei quattro motori d’Europa, come sono state definite le Regioni del Rhône-Alpes, della Catalogna, del Baden-Württemberg e della Lombardia, appunto.

Un ruolo tuttavia che l’Italia non ci ha mai particolarmente aiutati a mantenere (anche nell’interesse dell’Italia stessa), visto che di tutti i grandi eventi internazionali (che rafforzano la competitività) realizzati nelle varie città italiane, negli ultimi vent’anni, non uno ha riguardato Milano (che non ha dunque beneficiato dei relativi investimenti).

Andando a ritroso, nel tempo, le Olimpiadi invernali 2006 a Torino (2 MLD di investimenti); il G8 e la capitale europea della cultura a Genova nel 2005 (2 MLD di investimenti statali); il Giubileo a Roma nel 2000 (3 MLD) le Colombiadi sempre a Genova nel 1992.

Gli investimenti pubblici italiani in impianti ed infrastrutture sono serviti a rilanciare la funzionalità e l’attrattività di queste città, anche ai fini della loro competitività internazionale.

Le infrastrutture di servizio necessarie alla competitività della Regione

Milano, con la regione metropolitana di riferimento, è rimasta arretrata, sotto questo profilo e molto deve fare per presentarsi adeguatamente al traguardo del 2005.

Emblematico il settore della mobilità e dei trasporti. La Lombardia, che detiene il 50% dell’interscambio totale del Nord-Italia, nel confronto con le 132 principali regioni dei 5 paesi più importanti d’Europa si colloca al 71° posto per dotazione ferroviaria ed al 91° per quella stradale.

Nell’Italia stessa, la nostra Regione si situa al 14° posto nel rapporto Km / abitanti, quanto a rete stradale e ferroviaria.

L’hub internazionale di Malpensa, nel cui bacino si trovano oltre 25 milioni di abitanti ed il 60% delle imprese italiane (nella sola Lombardia sono più di 810.000) non è adeguatamente sostenuto dalla politica della nostra Compagnia di bandiera.

E dunque, attualmente, in questo settore, il quadro di efficienza non è dei migliori: ciò si traduce in disagi nella circolazione di persone e merci ed in un costo aggiuntivo per le imprese.

Questa situazione lombarda e milanese ha già avuto riflessi negativi sugli IDE; gli investimenti diretti esteri del settore privato.
La nostra città, che guidava fino all’anno scorso la classifica delle provincie italiane con maggior investimenti esteri, in rapporto al PIL (seguita da Torino e da Firenze), quest’anno è stata superata da Torino (grazie al rilancio conseguente alle Olimpiadi invernali) con il 4,09% di IDE, contro il 3,79% di Milano.

Si osservi, peraltro, che il livello degli investimenti esteri in Italia (con lo 0,5% del P.I.L.) rappresenta un decimo di quello degli altri paesi europei più avanzati, e Milano può essere trainante anche in questo campo.

L’Expo 2015 può essere dunque una grande chance per tutto il Paese e l’Italia deve credervi fortemente.

* * * *

Le sedi delle istituzioni europee e l’Italia

Quanto all’Europa, va fatto altro discorso.

Milano è in lizza per l’assegnazione della Esposizione con una città extraeuropea; Smirne.

Non è in gioco una questione di campanile, ma una questione di interessi socio-economici, politici e culturali che debbono indurre l’Europa a militare per la scelta della nostra città.

L’Europa è peraltro moralmente debitrice, nei confronti del nostro Paese per quanto riguarda la collocazione di sedi di organi, istituzioni , agenzie comunitarie.
Il Parlamento, il Consiglio dei Ministri, la Commissione a Bruxelles;
– Il Consiglio dei Ministri, la Corte di Giustizia, la Corte dei Conti, la Banca Europea
Investimenti, a Lussemburgo
– Il Parlamento Europeo a Strasburgo
– L’Istituto monetario europeo a Francoforte
– Enti ed agenzie in tutte le città europee (da Londra a Lisbona, da Dublino ad Alicante ed
a Bilbao)
– L’Italia è il fanalino di coda con l’agenzia per la formazione professionale (condivisa con
Berlino e Tessalonica) e recentemente quella per l’alimentazione a Parma.

* * * *
Le trasformazioni socio-economiche e territoriali di Milano

La nostra città sta compiendo un grosso sforzo in un processo di riconversione che ha una portata storica: siamo ad un passaggio epocale.

Milano si trasforma da città a vocazione produttivo-industriale in città terziaria e finanziaria: in città dei consulenti e dei professionisti ed il suo paesaggio, ma anche il suo volto sociale stanno cambiando rapidamente. Dalle ciminiere ai grattacieli, dalle tute blu ai colletti bianchi.

11 milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse nel giro di 10 anni non significano solo un pezzo di città (circa 1/10 del territorio urbanizzato) da rifare, con il relativo impegno economico-sociale e tutte le opportunità che possiamo ben intuire.

Significano soprattutto posti di lavoro perduti come conseguenza della chiusura delle attività industriali; l’esodo dalla città di 220 mila famiglie e la conseguente riduzione della capacità complessiva di spesa nella città che ha comportato, a sua volta, la chiusura di oltre 20 mila esercizi commerciali ed artigianali.

Ma anche pendolarismo, con i problemi di mobilità, di inquinamento, di squilibrio nella gestione dei servizi e nella finanza locale. Un ricambio sociale di dimensione macroscopica. Due dati: la sparizione della classe produttiva operaia ispiratrice di una solida cultura (che tra l’altro ha generato molti imprenditori); e l’inserimento nel tessuto cittadino di 250mila stranieri (tra regolari ed irregolari) su una popolazione totale di un milione e 300mila abitanti. Quindi una città alla ricerca di equilibri.

Le eccellenze e le specificità di Milano

Milano ha tutti i titoli per ospitare adeguatamente l’Expo 2015.
Con i suoi 4 poli di eccellenza:
– sanitario
– universitario
– culturale, scientifico-tecnologico e artistico
– finanziario e commerciale
è in grado di assicurare un livello di competitività di valore assoluto.

I beni e le attività culturali, la moda ed il design, la tradizione enogastronomica ed i centri di scienza e di produzione alimentare, l’attrattività dell’ambiente storico-urbano e dei luoghi naturali milanesi e lombardi sono in grado di esercitare un indiscutibile ed ineguagliabile appeal verso visitatori italiani e stranieri.

Milano si trova geograficamente in una posizione in grado di propiziare, non solo l’accesso, nel giro di poco più di un’ora di viaggio, ad alcune fra le più belle località montane e marine per turisti e visitatori che provengono dal mondo intero; ma anche la confluenza di un largo bacino di utenti locali costituito da oltre 25 milioni di italiani a distanza di non più di 2 ore di viaggio in automobile o in treno, e da tutto il comprensorio centro-europeo (svizzero, e sud-tedesco) che sarà collegato alla Lombardia da due direttrici ferroviarie ad alta velocità del sistema Alp Transit; l’asse padano-romando del Loetshberg già in funzione dalla scorsa estate che sfocia a Domodossola e quello padano-renano del Gottardo (collegante Zurigo a Lugano e Chiasso) che nel 2015 sarà già operativo.
E sarebbe bene, a questo proposito, che i nostri amministratori si affrettassero a pervenire alle opportune decisioni per realizzare la tratta italiana di collegamento con Milano.

Il sistema della ricettività alberghiera, ricco non solo dei 364 alberghi cittadini, ma di tutto il sistema turistico-ricettivo, centro-lombardo che si estende sino a Bergamo, a Como ed a Lugano, è in grado di dare risposte più che adeguate. Milano è dotata di un gran numero di hotel d’élite. Necessita forse di un maggior numero di alberghi a 2 e 3 stelle per essere in grado di potenziare i flussi di quel turismo di massa che potrebbe essere attirato dai tesori artistici e monumentali presenti in città e nelle zone circostanti.

In tal senso la nostra organizzazione si sta muovendo per il varo di normative che permettano tipologie più economiche nella realizzazione e nella gestione degli alberghi popolari.

Quale città presenteremo all’Expo 2015?

In vista della scadenza del 2015 Milano sta impostando, proprio in questi giorni, alcuni progetti urbanistici strategici, (che vanno ad aggiungersi a tutte le iniziative già varate, quali quelle di S.Giulia, del Centro Direzionale, del Portello Fiera …..) in grado di dotare la nostra città di un cospicuo corredo di attrezzature complementari rispetto al centro fieristico di Rho-Pero.
Ed è implicito che questi progetti siano subordinati alla assegnazione dell’Expo alla nostra città.
Ma, proprio in questi giorni, l’amministrazione comunale sta ponendo mano, più in generale, alla redazione del Piano di Governo del Territorio, che sarà informato ai nuovi principi introdotti dalla legge regionale: il principio di maggiore autonomia comunale, di flessibilità delle scelte, di perequazione urbanistica.
L’impulso alla vitalità di Milano che può derivare dall’Expo 2015 combinato con il P.G.T. può essere il volano per perseguire alcuni obiettivi molto importanti per la città ed il Territorio milanese.

– Direttrici di sviluppo (riassetto del sistema trasportistico e delle funzioni insediative)
– anzitutto, un piano di sviluppo del comprensorio sulla base di poli e di direttrici condivise con la Provincia e con i Comuni dell’hinterland che permettano di portare a soluzione il grave problema della mobilità e dei trasporti dell’area e conseguentemente i problemi del pendolarismo.

– Polo virtuoso sul piano ambientale ecologico ed energetico
– un sistema di interventi attraverso i quali il comprensorio milanese da centro di inquinamento, e di congestione, si trasformi gradatamente in polo virtuoso sul piano ambientale ed energetico, modello per l’intero paese e catalizzatore di investimenti e di contribuzioni nazionali (penso al PM 10 ed all’inquinamento atmosferico, al teleriscaldamento, alla doppia rete idrica, al miglioramento dello standard di risparmio energetico degli edifici, al concorso nella riduzione del debito per l’anidride carbonica).

– Patrimonio di aree ad alto valore ambientale
– una significativa dotazione pubblica di zone di pregio ambientale e paesaggistico (verde, parchi, in tutta la cintura urbana) attraverso il meccanismo perequativo oculatamente gestito dal Comune in spirito di equità verso i portatori di interessi più deboli e soprattutto avendo di mira l’interesse pubblico.

Chissà che l’Expo 2015 non sia dunque per Milano l’occasione per dimostrare ad una Italia abituata a programmare il day by day, che si può anche pensare, con costruttività, ad un futuro non proprio così vicino.
In questo la nostra città può tornare ad essere la capitale morale del Paese.

Achille Colombo Clerici
Presidente Assoedilizia
Se vogliamo prefigurare gli scenari futuri della società e della città, con riferimento al problema degli anziani, possiamo individuare tre tendenze (prospettive) di fondo.

A) Anzitutto la popolazione italiana invecchia
Secondo una ricerca del CNR di qualche tempo fa, nel 1995 (l’anno della svolta demografica) si sono verificati due fenomeni significativi

Per la prima volta si è avuto in Italia un decremento demografico (una denatalità con più morti che nati).
Gli over 60 hanno superato gli under 20 anni.
Se stiamo ai dati di una ricerca IRER sulla situazione lombarda con riferimento alle diverse aree geografiche scopriamo che decremento e invecchiamento della popolazione vanno di pari passo.
L’Oltrepò pavese infatti è l’area di maggior decremento e invecchiamento, mentre l’hinterland milanese, l’area di maggior incremento e ringiovanimento.

B) Se la popolazione italiana invecchia, la popolazione della città invecchia ancor più.

Ciò è dovuto a due fenomeni.
Al naturale aumento della durata della vita. [Oggi la vita media (73 anni uomo 79 anni per la donna) tende progressivamente a crescere]. Accompagnato dalla denatalità.
All’esodo della popolazione più giovane.
Per due cause fondamentalmente
a) per la ricerca di migliori condizioni abitative (vita nell’hinterland a contatto con il verde, la natura). c.d. Fenomeno della marginalizzazione della residenza.
b) come effetto dei processi di trasformazione socio-economica in atto (RITFI) delocalizzazione di attività e funzioni.
Le classi più giovani della popolazione sono maggiormente sensibili ai processi dinamici di trasformazione.
I giovani sono soggetti nei quali i meccanismi mentali di adattamento alle condizioni ambientali e di lavoro, al luogo di vita sono più elastici.

Sociologi e psicologi parlano, in proposito, di mappa mentale (ordine mentale) per indicare quell’insieme, quello schema di conoscenze, di esperienze, di percezioni, di sentimenti che mette in relazione, collega la persona umana al luogo, all’ambiente in cui essa vive, abita: quell’ordine mentale che porta in definitiva all’appropriazione, da parte del soggetto, del luogo di vita. La persona in definitiva si identifica con il luogo di vita, con la propria abitazione.

Nell’anziano questo schema mentale è molto più rigido che nel giovane. L’anziano è più restio a spostarsi dal luogo di vita alla ricerca di migliori condizioni abitative o per seguire l’evoluzione dei tempi.

Oggi tuttavia c’è un riflusso di popolazione dall’hinterland verso la città. Ci si è accorti che la città offre un livello di servizi superiore anche perché l’ambiente urbano è il luogo nel quale si può realizzare la migliore organizzazione di questi servizi.

Se consideriamo la città di Milano troviamo che essa è in posizione di equilibrio dal punto di vista demografico: non così sotto il profilo dell’invecchiamento della popolazione.
Gli ultra 65 enni sono quasi 300 mila.
Circa il 25% della popolazione e sono destinati ad aumentare.

C) L’anziano tende dunque a vivere in città.
Secondo una recente ricerca del CENSIS si calcola che in Italia 5 milioni di abitanti (i 2/3 della popolazione oltre i 65 anni; complessivamente 8 milioni) non godano di una adeguata soddisfacente condizioni abitativa.

Il problema si pone particolarmente per gli anziani autosufficienti, bisognosi di una assistenza cosiddetta leggera (assistenza domiciliare – sociale – infermieristica).

Attualmente il problema è affrontato sulla base del sillogismo: anziano – malato – ricovero ospedaliero (con grave onere per la finanza pubblica). Una corretta impostazione delle problematiche consente non solo una risparmio economico, ma comporta la possibilità di razionalizzare e ottimizzare l’efficienza dell’apparato sanitario pubblico.
I dati forniti dal presidente del P.A.T. ci dicono che degli anziani spedalizzati
il 33% è sano dal punto di vista medico
il 63% è convinto di godere di buona salute
D) Gli anziani debbono, dunque diventare non un peso, ma una risorsa per la città.

Secondo una recentissima ricerca condotta dalla Directa per conto di Amici di Milano e di Lega Ambiente il 60 per cento degli anziani a Milano è disponibile ad impegnarsi in attività di assistenza ai bisognosi.

La disponibilità degli anziani deve, dunque, esplicarsi, in un circolo virtuoso, principalmente a favore degli anziani stessi.

Tempo addietro Assoedilizia si è fatta promotrice del progetto “Casa Amichevole” assieme alla LITA (la libera istituzione per la tutela dell’anziano).

Si tratta di realizzare “residenze”, a misura dell’anziano, nei diversi quartieri cittadini.

Per favorire il mantenimento dell’integrazione sociale e ambientale da parte della persona avanti negli anni.

Queste residenze, tuttavia, non debbono essere avulse da un contesto assistenziale.

Esse debbono viceversa essere inserite in una rete di servizi collettivi ed alla persona.

Servizi (quali ad esempio quello medico, quello sociale, quello domiciliare ed infermieristico) che debbono essere assicurati da un centro organizzato e gestito anche da privati, che veda una larga partecipazione degli anziani (volontari e non) disponibili ad esempio ad attività di intrattenimento e di animazione sociale, ed attività di coordinamento centrale dei diversi servizi offerti dal centro stesso.

Ne abbiamo parlato con l’Assessore Colli che si è dichiarata interessata ad approfondire l’argomento, per esplorare tutte le possibili vie per la realizzazione del progetto.

Credo che, nell’interesse della città, questa idea non debba essere lasciata cadere.

 

Il Presidente di Assoedilizia Colombo Clerici, dal meeting di Caidate, rassicura i risparmiatori italiani del settore edilizio

 

Milano – “Nessuna preoccupazione di rischio crack del mercato immobiliare; ma  neppure illusioni di rimbalzi dei prezzi degli immobili che, data la tempesta sulle borse, possano essere individuati come oggetto di speculazione quali beni-rifugio”.

Lo afferma il Presidente di Assoedilizia che sostiene come, in una crisi planetaria che ha dato luogo a un impoverimento complessivo delle risorse finanziarie (i soli valori di capitalizzazione delle Borse sono scesi di 2.500 miliardi dall’inizio dell’anno), con conseguente crisi di liquidità, ciò non possa accadere.

La casa in Italia, peraltro, pur vedendo assestarsi il proprio valore, è  ben lontana dai rischi che hanno travolto il mercato immobiliare in America e in altri Paesi.

 E spiega:

“Le operazioni di “riporto dell’immobile” – cui hanno fatto largo ricorso le famiglie americane – operazioni favorite storicamente da una continuativa crescita dei valori, dal basso costo dei mutui, dal minor rapporto di copertura della esposizione debitoria, rispetto al valore immobiliare, adottato dalle banche in sede di erogazione dei mutui (coperture  talora superiori ai prezzi di acquisto) – hanno fatto sì che, ai primi segnali di crisi dei valori di mercato, si sia scatenato un effetto-domino che ha travolto l’intero comparto.

“Tutto ciò in Italia non si è verificato: e non credo si  verificherà.  Il mercato immobiliare italiano ha un andamento poco dinamico (scarsa mobilità abitativa e ridotto ricorso al sistema dell’investimento a reddito per gli usi diversi dall’abitazione); le famiglie italiane che hanno comprato casa non si sono lanciate nella irresponsabile corsa alla speculazione arrivando, come negli Usa, a cambiar casa per fare un affare ed a finanziare anche le spese familiari con i finanziamenti dei mutui.

Inoltre il patrimonio immobiliare italiano è stabilmente nelle mani di oltre 20 milioni di famiglie sensibilmente meno indebitate di quelle statunitensi ed europee;  il flottante annuo  è pari a meno del 2% del valore di capitalizzazione degli immobili e quest’ultimo rappresenta oltre dieci volte la capitalizzazione della Borsa”.

Ciò non vuol dire che il settore sia esente da sofferenze: ad esempio, il rincaro del costo del denaro ha fatto innalzare il costo delle rate dei mutui, creando problemi alle famiglie.  E il calo della domanda per investimento dato dalla bassa redditività degli immobili che riduce l’offerta in locazione rappresenta un ulteriore freno per l’economia nazionale quasi ferma.

“Per rilanciare il mercato immobiliare – conclude Colombo Clerici – sarebbe necessaria una nuova politica di alleggerimento fiscale che generasse una ripresa del settore e  una maggiore dinamicità delle compravendite, e dell’offerta abitativa in locazione.”