La Chiesa, attraverso l’appello del Cardinal Tettamanzi, che invita ad un atto di carita’ cristiana e di solidarieta’ umana verso chi ha bisogno della casa, assolve alla sua missione; che è quella di richiamare gli uomini ai principi di fede, di spiritualita’ e di moralita’ contenuti nell’annuncio cristiano.

Legittima e doverosa, dunque la presa di posizione del Presule della Diocesi ambrosiana.

Ma la nostra citta’, su questi problemi, ha bisogno,oltre che degli atti individuali di carita’, senza dubbio meritori ed encomiabili, soprattutto di una risposta delle istituzioni pubbliche sul piano di quel welfare,in nome del quale i cittadini italiani si sono sentiti dire che bisognava pagare sempre più tasse per permettere allo stato di assolvere ai compiti sociali volti a risolvere , cosi’ il problema abitativo, come anche la gran parte dei problemi aperti.

Quel welfare che, alla fine, si è dimostrato assolutamente incapace di una efficace azione sociale; perche’ lo stato si è ritirato dai suoi doveri istituzionali, lasciando tuttavia inalterato il livello della pressione fiscale.

Ne’ il problema-casa era sconosciuto,nella nostra citta’: da più di quindici anni Assoedilizia, nella preoccupazione che si arrivasse ad una situazione di emergenza (cosa puntualmente verificatasi ), andava ripetendo che era necessario un piano straordinario di edilizia residenziale pubblica per realizzare almeno 10.000 alloggi.

 

Orbene, la questione è che il primo ad impedire che gli affitti calino è proprio lo stato che mantiene sulla casa in locazione una pressione fiscale ed un carico di oneri amministrativi e gestionali spropositato.

Se si riducesse sensibilmente quel peso fiscale i canoni si ridurrebbero eccome; non tanto forse per spontanea disponibilita’ dei proprietari, quanto perche’ aumenterebbe enormemente l’offerta di case in locazione.

A risolvere il problema abitativo dell’Italia del secondo dopoguerra, infatti, non fu tanto il piano Fanfani di case popolari, degli anni cinquanta, che produsse 350 mila alloggi (naturalmente ben venga anche oggi un programma concreto di housing sociale ); fu soprattutto la legge Tupini del ’49 (propiziata dal cardinal Ildefonso Schuster) che, prevedendo l’esenzione venticinquennale dall’imposta sui redditi dei fabbricati destinati alla locazione, genero’, come risposta di sistema, la mobilitazione del risparmio diffuso per la costruzione di oltre 10 milioni di alloggi privati.

Achille Colombo Clerici

Presidente Assoedilizia

L’Expo 2015 è l’occasione storica per Milano di recuperare il ruolo di capitale morale del Paese.

Un ruolo non solo e non tanto sul piano etico e culturale, quanto piuttosto sul piano dell’impegno civile e di responsabilità sociale e democratica, conquistato lungo tutto il secolo scorso, a cominciare dalla Esposizione internazionale del 1906.

 

Incontrando, qualche giorno addietro, il Sindaco ad un meeting del Club Ambrosetti, la signora Moratti mi diceva: “ma questo ruolo Milano non l’ha mai perduto”.

 

E’ vero, anche se, negli ultimi anni la città stava perdendo colpi, e non pochi mettevano ormai in discussione quel ruolo.

A torto: basti considerare il compito di Milano di guidare l’Italia nella competizione internazionale.

Milano e la Lombardia, motore del Paese. Un dato per tutti: il residuo fiscale pro capite di oltre 3.200 euro, per 10 milioni di abitanti.

 

Ma, anche a livello europeo, uno dei quattro motori d’Europa, (insieme al Rhöne Alpes, alla Catalogna, al Baden Württemberg).

 

Seconda regione, dopo l’Ile de France per PIL e dopo il Baden Württemberg, per densità industriale.

 

Certo è che Milano ha vissuto in questi ultimi 25 anni un processo di trasformazione, non solo urbanistica, ma socio-economica, di portata storica.

Un vero e proprio processo di riconversione accelerata, da città produttivo-industriale a città terziaria e finanziaria. Un cambio visibile esteriormente nel paesaggio (dalle ciminiere, ai grattacieli) e nel volto sociale (dalle tute blu, ai colletti bianchi).

 

Si parla di trasformazione urbanistica di 11 milioni di metri quadrati (1/10 del territorio urbanizzato) di aree industriali dismesse, come se si trattasse della cosa più naturale del mondo.

Quelle aree dismesse non significano solo una grande opportunità per la città (la possibilità di rinnovare integralmente il tessuto urbano in aree significative relativamente centrali).

Vogliono dire soprattutto posti di lavoro perduti, come conseguenza del venir meno del volano dell’industria; l’esodo dalla città di oltre 200 mila famiglie e la riduzione del PIL con la relativa contrazione della capacità complessiva di spesa della città. E quindi la chiusura di oltre 20 mila esercizi commerciali.

 

Ma anche pendolarismo, con i problemi di mobilità, di inquinamento, di squilibrio nella gestione dei servizi e della finanza locale. Un ricambio sociale di dimensione macroscopica. Due dati: la sparizione della classe produttiva operaia ispiratrice di una solida cultura, che tra l’altro ha generato molti imprenditori. E l’inserimento nel tessuto cittadino di 250 mila stranieri (tra regolari ed irregolari) su una popolazione totale di 1 milione e 300 mila abitanti.

 

Questo quadro permette di visualizzare il grosso sforzo che la nostra città sta compiendo per rimanere vitale e competitiva, mettendo in campo tutte le proprie risorse, a cominciare dalle eccellenze milanesi (il sistema universitario – quello sanitario – il mondo commerciale e finanziario – il sistema culturale artistico e turistico).

 

Certo, qualche segnale di appannamento di immagine e di calo di tenuta cominciava a mostrarsi ora che il percorso di terziarizzazione (il vero motore della riconversione) era ormai giunto a compimento.

 

Un indicatore sintetico di quel processo di provincializzazione che taluni paventavano: alcune multinazionali, negli ultimi anni avevano trasferito da Milano a Roma la loro sede (Datamat – Gillette – Unilever).

 

Tra gli indicatori analitici, il fatto che si sta rarefacendo la domanda di locazioni, sia residenziali, sia per uffici.

 

La prospettiva dell’Expo 2015 dà un nuovo slancio alla nostra città: in termini di appeal, cioè di capacità di richiamo ed in termini di plusvalori economici, per i quali occorre già da ora progettare una ricaduta sul piano sociale e culturale.

Per dare in tal modo un impulso decisivo alla soluzione di alcuni problemi ancora aperti nella nostra città come quello della casa e dei trasporti, e di alcune criticità come quella della periferie.

Se vogliamo delineare gli scenari che, nella prospettiva dell’EXPO 2015, potranno in futuro presentarsi con una certa probabilità nell’area milanese e nella città di Milano, possiamo immaginare che in generale si andrà incontro ad una accelerazione dei processi che caratterizzano la nostra realtà urbano-istituzionale e socio-economica. In tal modo interverrà presumibilmente una accentuazione della spinta verso la forma di città metropolitana, anzi di città-regione e verso il policentrismo:

– una accelerazione del processo di integrazione etnica (citta’ multietnica), con un aumento

  sensibile degli immigrati prevalentemente nella provincia. 

– una  parallela  accentuazione del   processo di   internazionalizzazione  sia  in  termini di

  contatti, sia in termini di presenza residenziale.

– un  rafforzamento   del  sistema  di   eccellenze della citta’ di Milano (università-sanita’-

  commercio e finanza-l’offerta culturale ed artistica, la moda)

– un aumento di popolazione nell’area del milanese,ma non   nella citta’  di  Milano,  dove

   l’effetto      di   controbilanciamento        sara’     prodotto   da  una   accentuazione  della  

   terziarizzazione.

– un trend equilibrato nell’andamento dei canoni delle locazioni abitative,tranne che per le

   case di pregio.

 un aumento dei canoni delle locazioni commerciali e terziarie.

– un  aumento  dei  valori  immobiliari  nelle  aree  interessate  dall’indotto diretto del polo

   espositivo e delle strutture complementari ( direttrice  di  sviluppo in comune di Milano-

   Rho-Lainate- Bollate- Garbagnate-Saronno-Castellanza-Malpensa)

– un  aumento dei   valori   immobiliari   nelle   aree  servite  dalla  rete di mobilita’ veloce

  (metropolitane,ferrovie, autostrade,superstrade)

– una sofferenza, all’interno  del  sistema   policentrico, delle  “aree di mezzo”, cioe’ delle

   attuali periferie e dei quartieri dormitorio meno serviti sul piano del trasporti.

 

La necessaria sfida che l’Expo porra’ sara’ quella della grande area del milanese,all’interno del più ampio contesto padano, per affermarsi quale polo turistico culturale ed artistico; una regione-hub di prima categoria a livello planetario. Se si giocano bene le carte a disposizione ce la si puo’ fare; le premesse ci sono tutte.

 

Perciò vorrei indicare in breve sintesi alcuni obiettivi intermedi finalizzati:

        la creazione di un sistema di mobilità abitativa destinata a favorire il dinamismo degli    insediamenti contingenti (espositori – addetti – maestranze – visitatori) non solo nel semestre espositivo, ma anche e soprattutto nei periodi precedente e successivo.

Il dinamismo anche della vita ordinaria della nostra città (pensiamo alla fruizione delle eccellenze es. università – sanità – cultura).

 

        Il potenziamento ed il rafforzamento del sistema Malpensa come hub di primo livello, in collegamento con una compagnia aerea di bandiera del nostro paese.

 

        Il collegamento funzionale con la rete ferroviaria Svizzera di attraversamento delle Alpi, (il sistema Alptransit con le direttrici del Gottardo e del Loëtshberg) che permetterà l’alta velocità e l’alta capacità lungo l’asse padano-renano.

 

        La creazione di un sistema turistico/alberghiero che permetta una vasta ricettività del turismo di massa (alberghi a tre stelle), che può esser ampiamente potenziato da accordi tra la nostra compagnia di bandiera ed i tour operators asiatici.

 

        Giungere, attraverso una efficace politica culturale ad affermare l’immagine nel mondo della nostra regione.

Non è solo un problema di landmark (legato al passato od al futuro che sia, ovvero legato alla finalità ecologica che Milano si è proposta con l’Expo 2015).

Ma è soprattutto un problema di affermazione della cultura stessa della nostra città. Il radicamento della cultura al territorio si realizza quando si percepisce la sensazione di trovarsi al centro dell’essere. Se essere è conoscere, al centro della conoscenza. Se è sentire, al centro dell’emozione. Se è apparire, al centro della visibilità.

 

La periferia culturale è sinonimo, oltre che di marginalità, di decadenza.

In questo senso credo che bene interpretasse il suo ruolo l’assessore Sgarbi, ponendosi  sempre al centro.