L’Expo 2015 è l’occasione storica per Milano di recuperare il ruolo ed il compito di capitale morale del Paese. Quel ruolo, non solo etico e culturale, ma anche e soprattutto di impegno civile e di responsabilità sociale e democratica conquistato lungo tutto il secolo scorso, ad iniziare dalla Esposizione internazionale del 1906.

Un ruolo che, per la verità, non è mai venuto meno nel campo del lavoro e dell’economia, considerato peraltro che Milano e la Lombardia continuano ad essere il motore d’Italia (basti pensare al residuo fiscale pro capite che è di 3.200 euro moltiplicati per 10 milioni di abitanti) e rappresentano uno dei quattro motori d’Europa, come sono state definite le Regioni del Rhône-Alpes, della Catalogna, del Baden-Württemberg e della Lombardia, appunto.

Un ruolo tuttavia che l’Italia non ci ha mai particolarmente aiutati a mantenere (anche nell’interesse dell’Italia stessa), visto che di tutti i grandi eventi internazionali (che rafforzano la competitività) realizzati nelle varie città italiane, negli ultimi vent’anni, non uno ha riguardato Milano (che non ha dunque beneficiato dei relativi investimenti).

Andando a ritroso, nel tempo, le Olimpiadi invernali 2006 a Torino (2 MLD di investimenti); il G8 e la capitale europea della cultura a Genova nel 2005 (2 MLD di investimenti statali); il Giubileo a Roma nel 2000 (3 MLD) le Colombiadi sempre a Genova nel 1992.

Gli investimenti pubblici italiani in impianti ed infrastrutture sono serviti a rilanciare la funzionalità e l’attrattività di queste città, anche ai fini della loro competitività internazionale.

Le infrastrutture di servizio necessarie alla competitività della Regione

Milano, con la regione metropolitana di riferimento, è rimasta arretrata, sotto questo profilo e molto deve fare per presentarsi adeguatamente al traguardo del 2005.

Emblematico il settore della mobilità e dei trasporti. La Lombardia, che detiene il 50% dell’interscambio totale del Nord-Italia, nel confronto con le 132 principali regioni dei 5 paesi più importanti d’Europa si colloca al 71° posto per dotazione ferroviaria ed al 91° per quella stradale.

Nell’Italia stessa, la nostra Regione si situa al 14° posto nel rapporto Km / abitanti, quanto a rete stradale e ferroviaria.

L’hub internazionale di Malpensa, nel cui bacino si trovano oltre 25 milioni di abitanti ed il 60% delle imprese italiane (nella sola Lombardia sono più di 810.000) non è adeguatamente sostenuto dalla politica della nostra Compagnia di bandiera.

E dunque, attualmente, in questo settore, il quadro di efficienza non è dei migliori: ciò si traduce in disagi nella circolazione di persone e merci ed in un costo aggiuntivo per le imprese.

Questa situazione lombarda e milanese ha già avuto riflessi negativi sugli IDE; gli investimenti diretti esteri del settore privato.
La nostra città, che guidava fino all’anno scorso la classifica delle provincie italiane con maggior investimenti esteri, in rapporto al PIL (seguita da Torino e da Firenze), quest’anno è stata superata da Torino (grazie al rilancio conseguente alle Olimpiadi invernali) con il 4,09% di IDE, contro il 3,79% di Milano.

Si osservi, peraltro, che il livello degli investimenti esteri in Italia (con lo 0,5% del P.I.L.) rappresenta un decimo di quello degli altri paesi europei più avanzati, e Milano può essere trainante anche in questo campo.

L’Expo 2015 può essere dunque una grande chance per tutto il Paese e l’Italia deve credervi fortemente.

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Le sedi delle istituzioni europee e l’Italia

Quanto all’Europa, va fatto altro discorso.

Milano è in lizza per l’assegnazione della Esposizione con una città extraeuropea; Smirne.

Non è in gioco una questione di campanile, ma una questione di interessi socio-economici, politici e culturali che debbono indurre l’Europa a militare per la scelta della nostra città.

L’Europa è peraltro moralmente debitrice, nei confronti del nostro Paese per quanto riguarda la collocazione di sedi di organi, istituzioni , agenzie comunitarie.
Il Parlamento, il Consiglio dei Ministri, la Commissione a Bruxelles;
– Il Consiglio dei Ministri, la Corte di Giustizia, la Corte dei Conti, la Banca Europea
Investimenti, a Lussemburgo
– Il Parlamento Europeo a Strasburgo
– L’Istituto monetario europeo a Francoforte
– Enti ed agenzie in tutte le città europee (da Londra a Lisbona, da Dublino ad Alicante ed
a Bilbao)
– L’Italia è il fanalino di coda con l’agenzia per la formazione professionale (condivisa con
Berlino e Tessalonica) e recentemente quella per l’alimentazione a Parma.

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Le trasformazioni socio-economiche e territoriali di Milano

La nostra città sta compiendo un grosso sforzo in un processo di riconversione che ha una portata storica: siamo ad un passaggio epocale.

Milano si trasforma da città a vocazione produttivo-industriale in città terziaria e finanziaria: in città dei consulenti e dei professionisti ed il suo paesaggio, ma anche il suo volto sociale stanno cambiando rapidamente. Dalle ciminiere ai grattacieli, dalle tute blu ai colletti bianchi.

11 milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse nel giro di 10 anni non significano solo un pezzo di città (circa 1/10 del territorio urbanizzato) da rifare, con il relativo impegno economico-sociale e tutte le opportunità che possiamo ben intuire.

Significano soprattutto posti di lavoro perduti come conseguenza della chiusura delle attività industriali; l’esodo dalla città di 220 mila famiglie e la conseguente riduzione della capacità complessiva di spesa nella città che ha comportato, a sua volta, la chiusura di oltre 20 mila esercizi commerciali ed artigianali.

Ma anche pendolarismo, con i problemi di mobilità, di inquinamento, di squilibrio nella gestione dei servizi e nella finanza locale. Un ricambio sociale di dimensione macroscopica. Due dati: la sparizione della classe produttiva operaia ispiratrice di una solida cultura (che tra l’altro ha generato molti imprenditori); e l’inserimento nel tessuto cittadino di 250mila stranieri (tra regolari ed irregolari) su una popolazione totale di un milione e 300mila abitanti. Quindi una città alla ricerca di equilibri.

Le eccellenze e le specificità di Milano

Milano ha tutti i titoli per ospitare adeguatamente l’Expo 2015.
Con i suoi 4 poli di eccellenza:
– sanitario
– universitario
– culturale, scientifico-tecnologico e artistico
– finanziario e commerciale
è in grado di assicurare un livello di competitività di valore assoluto.

I beni e le attività culturali, la moda ed il design, la tradizione enogastronomica ed i centri di scienza e di produzione alimentare, l’attrattività dell’ambiente storico-urbano e dei luoghi naturali milanesi e lombardi sono in grado di esercitare un indiscutibile ed ineguagliabile appeal verso visitatori italiani e stranieri.

Milano si trova geograficamente in una posizione in grado di propiziare, non solo l’accesso, nel giro di poco più di un’ora di viaggio, ad alcune fra le più belle località montane e marine per turisti e visitatori che provengono dal mondo intero; ma anche la confluenza di un largo bacino di utenti locali costituito da oltre 25 milioni di italiani a distanza di non più di 2 ore di viaggio in automobile o in treno, e da tutto il comprensorio centro-europeo (svizzero, e sud-tedesco) che sarà collegato alla Lombardia da due direttrici ferroviarie ad alta velocità del sistema Alp Transit; l’asse padano-romando del Loetshberg già in funzione dalla scorsa estate che sfocia a Domodossola e quello padano-renano del Gottardo (collegante Zurigo a Lugano e Chiasso) che nel 2015 sarà già operativo.
E sarebbe bene, a questo proposito, che i nostri amministratori si affrettassero a pervenire alle opportune decisioni per realizzare la tratta italiana di collegamento con Milano.

Il sistema della ricettività alberghiera, ricco non solo dei 364 alberghi cittadini, ma di tutto il sistema turistico-ricettivo, centro-lombardo che si estende sino a Bergamo, a Como ed a Lugano, è in grado di dare risposte più che adeguate. Milano è dotata di un gran numero di hotel d’élite. Necessita forse di un maggior numero di alberghi a 2 e 3 stelle per essere in grado di potenziare i flussi di quel turismo di massa che potrebbe essere attirato dai tesori artistici e monumentali presenti in città e nelle zone circostanti.

In tal senso la nostra organizzazione si sta muovendo per il varo di normative che permettano tipologie più economiche nella realizzazione e nella gestione degli alberghi popolari.

Quale città presenteremo all’Expo 2015?

In vista della scadenza del 2015 Milano sta impostando, proprio in questi giorni, alcuni progetti urbanistici strategici, (che vanno ad aggiungersi a tutte le iniziative già varate, quali quelle di S.Giulia, del Centro Direzionale, del Portello Fiera …..) in grado di dotare la nostra città di un cospicuo corredo di attrezzature complementari rispetto al centro fieristico di Rho-Pero.
Ed è implicito che questi progetti siano subordinati alla assegnazione dell’Expo alla nostra città.
Ma, proprio in questi giorni, l’amministrazione comunale sta ponendo mano, più in generale, alla redazione del Piano di Governo del Territorio, che sarà informato ai nuovi principi introdotti dalla legge regionale: il principio di maggiore autonomia comunale, di flessibilità delle scelte, di perequazione urbanistica.
L’impulso alla vitalità di Milano che può derivare dall’Expo 2015 combinato con il P.G.T. può essere il volano per perseguire alcuni obiettivi molto importanti per la città ed il Territorio milanese.

– Direttrici di sviluppo (riassetto del sistema trasportistico e delle funzioni insediative)
– anzitutto, un piano di sviluppo del comprensorio sulla base di poli e di direttrici condivise con la Provincia e con i Comuni dell’hinterland che permettano di portare a soluzione il grave problema della mobilità e dei trasporti dell’area e conseguentemente i problemi del pendolarismo.

– Polo virtuoso sul piano ambientale ecologico ed energetico
– un sistema di interventi attraverso i quali il comprensorio milanese da centro di inquinamento, e di congestione, si trasformi gradatamente in polo virtuoso sul piano ambientale ed energetico, modello per l’intero paese e catalizzatore di investimenti e di contribuzioni nazionali (penso al PM 10 ed all’inquinamento atmosferico, al teleriscaldamento, alla doppia rete idrica, al miglioramento dello standard di risparmio energetico degli edifici, al concorso nella riduzione del debito per l’anidride carbonica).

– Patrimonio di aree ad alto valore ambientale
– una significativa dotazione pubblica di zone di pregio ambientale e paesaggistico (verde, parchi, in tutta la cintura urbana) attraverso il meccanismo perequativo oculatamente gestito dal Comune in spirito di equità verso i portatori di interessi più deboli e soprattutto avendo di mira l’interesse pubblico.

Chissà che l’Expo 2015 non sia dunque per Milano l’occasione per dimostrare ad una Italia abituata a programmare il day by day, che si può anche pensare, con costruttività, ad un futuro non proprio così vicino.
In questo la nostra città può tornare ad essere la capitale morale del Paese.

Achille Colombo Clerici
Presidente Assoedilizia
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Se ci fosse una fisiognomica delle città, potremmo dire che per Milano c’è una forte corrispondenza tra il volto della città e lo spirito, il carattere, il sentimento, la mentalità, la cultura della sua gente, del suo popolo.

– Il pragmatismo di stampo giansenista

Nel suo volto si rispecchia quel rigoroso pragmatismo basato sull’efficienza volta al conseguimento del risultato (dell’achievement come dice De Rita in un suo studio sulla milanesità), che discende da una concezione giansenistica dell’impegno civile e sociale della persona umana.
Montanelli definiva Milano una città giansenista, che ha pudore di sè, e le sue bellezze le tiene nascoste. Così lontana da Roma che, nella sua magnificenza esteriore di palazzi e di monumenti, sembra rivaleggiare con la pompa e la maestosità dei templi, eretti nello spirito di Giulio II, ad maiorem Dei gloriam.
Milano ha il volto della sua borghesia, laboriosa e severa, che si è forgiata sì nello spirito del giansenismo manzoniano, ma affonda le sue radici addirittura nel rigore austero, severo di S. Carlo Borromeo, colui che ha ispirato buona parte del pensiero della controriforma.
Se guardiamo la Milano neoclassica ed eclettica e la Milano operaia di Sironi, ma anche la Milano razionalista degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, vediamo come l’aristocrazia, prima, e la nuova illuminata borghesia, poi, abbiano voluto imprimere, nell’architettura dei palazzi che si costruivano, l’impronta delle virtù borghesi proprie della cultura lombarda: la laboriosità, la famiglia, la religiosità intesa non solo come fede, ma come coscienza dei valori, volti a realizzare il bene comune, nello spirito della carità.
Quella carità, nel cui nome operano i gruppi di volontariato Vincenziano.

– La solidarietà al servizio del problema casa

Una carità che, trasferita nel sociale diventa solidarietà. E qui, possiamo aprire il grande capitolo relativo al ruolo della ricchezza della città, messa al servizio di un grande problema sociale: quello della abitazione per milanesi ed immigrati, nel processo di sviluppo della città. Una imponente popolazione che ha fatto crescere Milano e la Lombardia al livello delle più grandi megalopoli mondiali.
La nostra storia è quella di una città comunale, abituata al ruolo attivo di un popolo che non si misura con il principe, con il palazzo, ma trova in sè la forza di una sorta di autogoverno, attraverso una amministrazione pubblica che non è autoreferenziale, ma si riconduce a sua volta al popolo.
Sicchè, pubblico e privato, ricchezza pubblica e ricchezza privata, concorrono, in un dualismo sinergico (all’insegna di uno spiccato solidarismo) alla formazione urbanistica ed edilizia di Milano e della Lombardia. Quando la città sale, per usare l’espressione dell’epoca – la belle epoque (al ritmo vertiginoso di 15 mila abitanti all’anno, portandosi dai 350.000 della fine dell’ottocento al 1.750.000 registrati agli inizi degli anni ’80 del Novecento) il bisogno di case è notevole. Nascono le società di mutuo soccorso, le cooperative edilizie che riuniscono in iniziative comuni l’impegno diretto dei lavoratori in cerca di casa.
L’edilizia residenziale pubblica (volta a costruire le case popolari attraverso l’investimento diretto di Stato e Comuni) fa la sua parte.

– I protagonisti del settore parapubblico e pubblico Milano e Roma

Milano, a differenza di Roma (la città del Palazzo), dove la parte preponderante nella creazione della città sul versante non privato, viene svolta dal settore parapubblico degli enti previdenziali e degli investitori cosiddetti istituzionali, (che realizzano abitazioni prevalentemente destinate alla burocrazia) vede una presenza massiccia dell’edilizia cooperativistica e popolare (promossa da Acli Casa, dal Consorzio Casa, dalla Lega delle Cooperative di abitazione), che costruisce case per il ceto popolare e impiegatizio. Possiamo stimare che circa il 25% di tutto l’edificato abitativo milanese abbia questa origine.

– I protagonisti privati

Sul versante privato, l’impegno delle famiglie, della Chiesa, dell’Ospedale Maggiore, del Pio Albergo Trivulzio (che costituiscono il loro patrimonio di abitazioni per l’affitto, sulla base delle munifiche donazioni e dei lasciti di centinaia e centinaia di benefattori milanesi, la cui pietà e generosità è mossa dalla consapevolezza della funzione sociale alla quale è destinato l’investimento abitativo dell’ente), degli enti di assistenza, delle fondazioni private (ad esempio la Redaelli e la Cassoni, con il Villaggio Barona) gioca un ruolo importantissimo di forte carattere morale nella solidarietà che si esprime verso il bisogno casa. E nel processo di formazione della città concorre a realizzare il 75% di tutto l’edificato. In particolare le famiglie, che riversano nell’investimento immobiliare la gran parte dei risparmi conseguiti con attività nei settori agricoli, commerciali, manifatturieri, finanziari e professionali.

– Le famiglie milanesi

Va detto, a questo proposito, che le famiglie milanesi, nella gestione della ricchezza personale si sono, in generale, sempre distinte per un particolare spirito di sobrietà e di riservatezza: nella consapevolezza di trovarsi in una posizione di privilegio, rispetto ai problemi sociali, che richiedeva un forte senso di responsabilità. Nessuna ostentazione, ma piuttosto il senso di un ruolo, di una funzione sociale della ricchezza. “Non numen nummus, sed artifex” citava sempre Giorgio Rumi, dallo Statuto della Banca S.Paolo di Brescia. Ce lo ha ricordato qualche giorno fa il Card. Nicora. Non un Dio, la ricchezza, ma un artefice. Non fine, ma mezzo dunque. Questo lo spirito delle famiglie lombarde, amministratrici e non padrone della ricchezza in una visione di uso strumentale finalizzato al bene comune.
Questo spirito è diventato il carattere della città, tanto da meritarle l’appellativo di capitale morale del Paese.
Mi piace ricordare tre esempi.

– Filantropismo umanitario

Siamo all’inizio del XX secolo.
Da alcuni anni (1894) era sorta a Milano, prima in Italia, l’associazione dei proprietari immobiliari che, allora come oggi, rappresentava una parte consistente dell’alta borghesia cittadina.
Un gruppo di milanesi, guidati da Prospero Moisè Loria, fondatori dell’Umanitaria, sosteneva che la più efficace cura preventiva igienico-morale, contro il rilassarsi delle energie dei lavoratori, fosse quella di impegnarsi a costruire anche alcuni quartieri operai come modelli funzionali di abitazione, sani e decorosi, e insieme come esempi di promozione sociale e di stimolo alla solidarietà.
Nel marzo del 1906 oltre mille persone entravano nelle prime case operaie costruite nell’attuale zona Solari, che allora si chiamava Porta Macello.
Seguirà, nel 1909, un secondo quartiere situato nell’attuale viale Lombardia. Giovanni Broglio, l’architetto progettista e direttore dei lavori, aveva scelto un tipo di edilizia economica allora all’avanguardia. Case di tre o quattro piani, collegate fra loro da terrazzini, e disposte a quadrato intorno a grandi cortili interni, ricchi di verde.
Dal 1908 nel quartiere Solari prende a operare come asilo una Casa dei Bambini; l’anno dopo un’altra comincerà a funzionare anche nel quartiere di viale Lombardia.
Il solidarismo laico marcia – in una competizione stimolante – con il solidarismo cattolico: riassumibile in un alto esempio.

– Carità cristiana

Correva l’anno 1949. Milano aveva allora, grosso modo, la popolazione odierna, ma era appena uscita da una guerra che l’aveva dilaniata con i bombardamenti che avevano distrutto più di tremila edifici.
A quell’epoca disponeva di un edificato residenziale appena superiore alla metà dell’attuale, e stava fronteggiando una immigrazione che l’avrebbe portata, nel giro di trent’anni ad aumentare la propria popolazione di oltre 500 mila unità.
Quel primo di gennaio del’49 il Cardinale Idelfonso Schuster aveva davanti agli occhi l’immagine di tre morti per assideramento, il giorno di Natale; ne avevano parlato a lungo tutti i giornali.
L’uno senza fissa dimora – scriveva nella sua omelia di capodanno – l’altro trovato morto per assideramento nel suo abbaino, il terzo in un angolo di un edificio sinistrato. Sono le conseguenze tragiche e dolorose della mancanza di abitazioni in città e fuori. Non ci sono case! E’ impossibile fabbricarne per la situazione finanziaria, per il costo del materiale, per il costo della manodopera.
Il Presule osò allora muovere un appello alle forze sociali ed economiche della Diocesi per il varo di un progetto straordinario, volto alla realizzazione di case per quanti ne fossero privi.
La città accolse con slancio l’invito. Si costituì l’opera Domus Ambrosiana, (presieduta dapprima dall’Ing. Franco Ratti, nipote di Papa Pio XI, ed in seguito dal Senatore Luigi Davide Grassi, allora presidente di Assoedilizia), che nel giro di pochi anni realizzò in periferia tre moderni quartieri costituiti da tredici fabbricati dove trovarono dignitosa sistemazione 239 nuclei familiari ad affitti addirittura inferiori a quelli praticati dall’Istituto case popolari. L’iniziativa dell’Arcivescovo, di avanguardia per quei tempi, fu di grande stimolo morale per quanti avevano la responsabilità di gestire il problema abitativo nella nostra città e nel nostro Paese.

– Imprenditorialità etica

Il quartiere Grigioni, appartenente alla famiglia del compianto mio predecessore alla presidenza di Assoedilizia, il caro amico Arturo, realizzato nel secondo dopoguerra al Lorenteggio: più di 1500 alloggi di civile abitazione, a tutt’oggi affittati a canoni di poco superiori all’equo canone.
Tre esempi che appaiono come la conferma del principio Vincenziano: i poveri soffrono più per mancanza di organizzazione che di carità.

– Lo Stato moderno, il welfare, la sussidiarietà

Quando lo Stato si organizza si passa gradatamente dalla filantropia, al welfare state; istituito negli ’40 del Nocevento dapprima in Gran Bretagna ad opera dei Liberali-Laburisti e negli Usa da Rooswelt.
Lo Stato riserva progressivamente a sè le decisioni individuali che riguardano i settori vitali per l’esistenza umana: la tutela della salute, l’assistenza ai bisognosi, la previdenza sociale.
E’ l’attuazione della teoria del telescopio che ispirò le grandi riforme sociali di Bismarck negli anni ’80 dell’Ottocento così efficacemente illustrata da Piero Giarda: l’individuo vede questi bisogni troppo lontani, come attraverso il telescopio (ad esempio l’assistenza previdenziale) e non li prende adeguatamente in considerazione. Lo Stato si sostituisce all’individuo nella decisione e rende obbligatorie queste tutele; che diventano un costo sociale. E’ la base della sussidiarietà verticale, su cui si fonda il welfare state.
Ma il processo suppone una progressiva avocazione di mezzi finanziari dal privato al pubblico, attraverso lo strumento fiscale.
Questa escalation, in Italia, non si è accompagnata ad un progressivo miglioramento qualitativo dei servizi: che anzi, assistiamo ad un ritrarsi dello Stato (oberato da una spesa pubblica di enormi proporzioni) dai suoi compiti istituzionali. Emblematico è il settore dell’edilizia residenziale pubblica abbandonata da vent’anni a questa parte.Lo Stato aumenta la pressione fiscale (tra fiscalità diretta ed indiretta) ma di case sociali non se ne costruiscono più.

– La sussidiarietà del filantropismo individuale ed il valore della carità

In alcuni settori, legati agli interventi umanitari si è creato il filantropismo pubblico-privato collaterale: le Onlus e le ONG.
Sta di fatto che dopo questo passaggio al pubblico, la spinta individuale al filantropismo, soprattutto laddove manchi un afflato morale e spirituale, come ad esempio nel settore della cultura, si è di molto affievolita. Adesso ci pensiamo con il 5 per mille.
Nel campo della carità, dove il welfare non arriva, perchè la carità non è solo redistribuzione di ricchezza o organizzazione di servizi (cioè non è solo assistenza), ma è amore (un bene non surrogabile dallo Stato, ma un dono che una persona dà ad un’altra); nel campo della carità rimane insostituibile il modello offerto dal volontariato Vincenziano. Fulgido esempio, di altruismo e di dedizione a chi ha più bisogno, che oggi (in un’epoca di egoismi e di individualismi relativistici) più che mai mantiene la sua ineguagliabile validità.

ACHILLE COLOMBO CLERICI
Presidente di Assoedilizia